Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/163

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libro ii - capitolo vi
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altri simili, abbia voluto piacere ad Augusto piú che a se stesso; e che in ciò solo abbia ardito scostarsi da Omero, il quale non tradí mai il vero e se stesso per adular chi che fosse; e che poco si sia egli ricordato della grandezza di Roma, e meno curato della propria fama fra i posteri. Virgilio dunque, nell’atto di scriver tal cosa, o non sentiva, o (che peggio è) sentiva egli e tradiva l’importanza del sublime suo incarico fra i suoi coetanei, di essere il poeta nazionale di un popolo, il primo che mai fosse stato sul globo, e che, ridottosi allora schiavo di fresco, non ne era ancora certamente divenuto l’ultimo. Virgilio non conoscea dunque se stesso, poiché non si supponeva da tanto, di potere, con la bellezza ed energia del suo verseggiare divino, riaccendere a libertá e a virtú quel popolo qual ch’ei fosse. E se egli anche non potea pure lusingarsi di tanto ottenere, un poeta veramente romano avrebbe soddisfatto almeno a se stesso, alla patria e alla fama e gloria d’amendue. col solamente tentarlo. Ma potremmo noi credere mai che Virgilio, quel sovrano scrutatore degli umani affetti, queste cose tutte al par di noi non sapesse? no certo. Eppure ei fece il contrario, e perché? perché non seppe, o non ardí egli conoscere e stimare se stesso. E perciò egli ha fatto il suo libro assai minore di quello che avrebbe pur potuto e dovuto essere; e perciò egli ha fatto se stesso minor del suo libro.

Se egli dunque non avesse avuto nell’animo quella viltá che sempre dá il pane principesco, assai maggiore sarebbe stato egli stesso, e quindi assai maggiore il suo libro. Che niuna cosa non viene chiamata mai somma, finché si ha pure idea di un meglio, eseguibile. In un poema che ha per titolo Roma, quale, senza però darglielo, ha preteso di fare Virgilio, egli vi poteva e dovea inserire, per la parte robusta pensante e giovevole, una grandezza, veritá, libertá e forza che invano vi si cercano. Virgilio dunque ha tradito in ciò la gloria di Roma, scambiandola (e non a caso) con quella dei Cesari; e ad un tempo stesso egli ha di gran lunga menomato la propria. E tutto ciò perché Virgilio non ha pienamente conosciuto o voluto o ardito conoscere, stimare e piacere a se stesso.