Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/205

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atto terzo 199

Emone  Se tanto

fitta in te sta l’alta e feroce brama,
deh! sospendila almeno. A te non chieggio
cosa indegna di te: ma pur, se puoi,
solo indugiando, altrui giovar; se puoi
viver, senza tua infamia; e che? sí cruda
contro a te stessa, e contra me sarai?
Antig. ... Emon, nol posso... A me crudel non sono: —
figlia d’Edippo io sono. — Di te duolmi;
ma pure...
Emone  Io ’l so: cagione a te di vita
esser non posso; — compagno di morte
ti son bensí. — Ma, tutti oltra le negre
onde di Stige i tuoi pietosi affetti
ancor non stanno: ad infelice vita,
ma vita pur, restano Edippo, Argía,
e il pargoletto suo, che immagin viva
di Polinice cresce; a cui tu forse
vorresti un dí sgombra la via di questo
trono inutil per te. Deh! cedi alquanto. —
Finger tu dei, che al mio pregar ti arrendi,
e ch’esser vuoi mia sposa, ove si accordi
frattanto al lungo tuo giusto dolore
breve sfogo di tempo. Io fingerommi
pago di ciò: l’indugio ad ogni costo
io t’otterrò dal padre. Intanto, lice
tutto aspettar dal tempo: io mai non credo,
che abbandonar voglia sua figlia Adrasto
tra infami lacci. Onde si aspetta meno
sorge talora il difensore. Ah! vivi;
per me nol chieggo, io tel ridico: io fermo
son di seguirti: e non di me mi prende
pietá; né averla di me dei: pel cieco
tuo genitore, e per Argía, ten priego.
Lei trar de’ ceppi, e riveder fors’anco
il padre, e a lui forse giovar, potresti.