Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/303

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atto terzo 297

breve è pur troppo a ristorare i lunghi

sofferti affanni. Il suo silenzio...
Agam.  Oh quanto
meno il silenzio mi stupia da prima,
ch’ora i composti studíati accenti!
Oh come mal si avvolge affetto vero
fra pompose parole! un tacer havvi,
figlio d’amor, che tutto esprime; e dice
piú che lingua non puote: havvi tai moti
involontarj testimon dell’alma:
ma il suo tacere, e il parlar suo, non sono
figli d’amor, per certo. Or, che mi giova
la gloria, ond’io vò carco? a che gli allori
fra tanti rischj e memorande angosce
col sudor compri; s’io per essi ho data,
piú sommo bene, del mio cor la pace?
Elet. Deh! scaccia un tal pensiero: intera pace
avrai fra noi, per quanto è in me, per quanto
sta nella madre.
Agam.  Eppur, cosí diversa,
da se dissimil tanto, onde s’è fatta?
Dillo tu stessa: or dianzi, allor quand’ella
colle sue mani infra mie braccia Oreste
ponea; vedesti? mentre stava io quasi
fuor di me stesso, e di abbracciarlo mai,
mai di baciarlo non potea saziarmi;
a parte entrar di mia paterna gioja,
di’, la vedesti forse? al par che mio,
chi detto avrebbe che suo figlio ei fosse?
Speme nostra comune, ultimo pegno
dell’amor nostro, Oreste. — O ch’io m’inganno,
o di giojoso cor non eran quelli
i segni innascondibili veraci;
non di tenera madre eran gli affetti;
non i trasporti di consorte amante.
Elet. Alquanto, è ver, da quel di pria diversa