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28 LETTERA DI RANIERI CALZABIGI


Appunto nella Virginia, non son contento, quante volte la rileggo, dello scioglimento. More la donzella uccisa dal padre: si solleva il popolo: ma lo scellerato Appio, dopo tanti e sí odiosi e sí esecrandi misfatti; dopo avere, colla sua tirannica libidine, eccitata in un padre tanto benemerito di Roma una disperazione cosí compassionevole e necessaria; dopo esserci stato dipinto nel corso intiero dell’azione, degno dell’abborrimento di ognuno, ed aver destata negli animi nostri questa sensazione; costui, non solo non paga colla morte la pena di tanti delitti in conformitá della storia, ma trionfa, ma ancora minaccia e il misero Virginio e la tumultuante plebe: e altro non si può arguire dagli ultimi suoi impudenti discorsi, se non che, e per lo meno, ei rimanga impunito. Questa catastrofe inaspettata, e contraria alle leggi della tragedia, e piú ancora a quel desiderio che ella con tanto senno e maestría ha insinuato negli spettatori, a forza di pennelleggiare vigorosamente il carattere iniquo del decemviro, deve necessariamente rimandarli mal soddisfatti, e rammaricati nel vedere esultante l’abborrito personaggio, e oppressa e straziata la virtú. A mio credere, per ben terminar la sua tragedia, è forza farlo perire in scena: ella può sbrigarsene in pochi versi.

Anche lo scioglimento di Antigone può forse non soddisfare tutti i lettori. So benissimo che il carattere infame di Creonte è tale, che la morte di un figlio, e unico, non deve portarlo alla disperazione. Ma i pochi versi co’ quali ei chiude l’azione, possono far pensare che questa morte sia per lui indifferente, quando per altro si è egli mostrato assai compiacente, assai debole per il figlio, nel corso della tragedia. Ha impiegato ogni mezzo per soddisfare i di lui amori; né i suoi rimproveri, né le sue minacce, han potuto indurlo a prendere la minima precauzione di prudenza. L’affetto paterno è dunque dominante in Creonte; ma quando Emone sopra gli occhi suoi si uccide, egli non fa che prevedere con freddezza il castigo del cielo.

Io poi nel Filippo avrei voluto che quel tiranno, nel fine dell’ultima scena, avesse allontanato Gomez, e fosse rimasto solo a pascere lo sguardo con atroce delizia, e di lui degna, dell’orrido spettacolo del figlio e della sposa estinti; e che in pochi sensi e feroci di scherno per quegl’infelici, saziasse la sua mostruosa vendetta con esultanza e compiacenza; dichiarando la loro innocenza, e il sacrifizio che fatto ne aveva alla sola sua nera gelosia. Cosí, penso, sarebbero state date le ultime pennellate all’orribil suo