Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/288

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282 bruto secondo
come potesti nuocerle giá tanto.

Questo popol tuo stesso, (al vivo or dianzi
Cassio il ritrasse) il popolo tuo stesso,
ha pochi dí, del tuo poter ti fea
meno ebro alquanto. Udito hai tu le grida
di popolare indegnazione, il giorno,
che, quasi a giuoco, il regio serto al crine
leggiadramente cingerti tentava
la maestá del consol nuovo: udito
hai fremer tutti; e la regal tua rabbia
impallidir te fea. Ma il serto infame,
cui pur bramavi ardentemente in cuore,
fu per tua man respinto: applauso quindi
ne riscotevi universal; ma punte
eran mortali al petto tuo, le voci
del tuo popol, che in ver non piú romano,
ma né quanto il volevi era pur stolto.
Imparasti in quel dí, che Roma un breve
tiranno aver, ma un re non mai, potea.
Che un cittadin non sei, tu il sai, pur troppo
per la pace tua interna: esser tiranno
pur ti pesa, anco il veggio: e a ciò non eri
nato tu forse; or, s’io ti abborra, il vedi.
Svela su dunque, ove tu il sappi, a noi,
ed a te stesso in un, ciò ch’esser credi,
ciò ch’esser speri. — Ove nol sappi, impara,
tu dittator dal cittadino Bruto,
ciò ch’esser merti. Cesare, un incarco,
alto piú assai di quel che assumi, avanza.
Speme hai di farti l’oppressor di Roma;
liberator fartene ardisci, e n’abbi
certezza intera. — Assai ben scorgi, al modo
con cui Bruto ti parla, che se pensi
esser giá fatto a noi signor, non io
suddito a te per anco esser mi estimo.
Anton. Del temerario tuo parlar la pena,