Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/302

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296 bruto secondo
ma Bruto prima, e i Cassj, e i Cimbri poscia,

e i Tullj, e tanti uccider densi, e tanti.
Cesare Quant’alto è piú, quanto piú acerbo e forte
il nemico, di tanto a me piú sempre
piacque il vincerlo; e il fea, piú che con l’armi,
spesso assai col perdono. Ai queti detti
ricorrer, quando adoprar puossi il ferro;
persúader, convincere, far forza
a un cor pien d’odio, e farsi essere amico
l’uomo, a cui torre ogni esser puossi; ah! questa
contro a degno nemico è la vendetta
la piú illustre; e la mia.
Anton.  Cesare apprenda
sol da se stesso ad esser grande: il fea
natura a ciò: ma il far securi a un tempo
Roma e se, da chi gli ama ambo del pari
oggi ei l’apprenda: e sovra ogni uom, quell’uno
son io. Non cesso di ridirti io mai,
che se Bruto non spegni, in ciò ti preme
piú assai la vana tua gloria privata,
che non la vera della patria; e poco
mostri curar la securtá di entrambi.
Cesare E atterrir tu con vil sospetto forse
Cesare vuoi?
Anton.  Se non per se, per Roma
tremar ben può Cesare anch’egli, e il debbe.
Cesare Morir per Roma, e per la gloria ei debbe;
non per se mai tremar, né mai per essa.
Vinti ho di Roma io gl’inimici in campo;
quei soli eran di Cesare i nemici.
Tra quei che il ferro contro a lei snudaro,
un d’essi è Bruto; io giá coll’armi in mano
preso l’ebbi, e perire allor nol fea
col giusto brando della guerra; ed ora
fra le mura di Roma, inerme (oh cielo!)
col reo pugnal di fraude, o con la ingiusta