Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/315

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atto quarto 309
Bruto Orribil macchia inaspettata io trovo

nel mio sangue; a lavarla, io tutto il deggio
versar per Roma.
Cassio  O Bruto, di te stesso
figlio esser dei.
Cimbro  Ma pur, quai prove addusse
Cesare a te? Come a lui fede?...
Bruto  Ah! prove,
certe pur troppo, ei mi adducea. Qual padre
ei da pria mi parlava: a parte pormi
dell’esecrabil suo poter volea
per ora, e farmen poscia infame erede.
Dal tirannico ciglio umano pianto
scendea pur anco; e del suo guasto cuore,
senza arrossir, le piú riposte falde,
come a figlio, ei mi apriva. A farmi appieno
convinto in fine, un fatal foglio (oh cielo!)
legger mi fea. Servilia a lui vergollo
di proprio pugno. In quel funesto foglio,
scritto pria che si alzasse il crudel suono
della tromba farsalica, tremante
Servilia svela, e afferma, ch’io son frutto
dei loro amori; e in brevi e caldi detti,
ella scongiura Cesare a non farsi
trucidator del proprio figlio.
Cimbro  Oh fero,
funesto arcano! entro all’eterna notte
che non restasti?...
Cassio  E se qual figlio ei t’ama,
nel veder tanta in te virtú verace,
nell’ascoltar gli alti tuoi forti sensi,
come resister mai di un vero padre
potea pur l’alma? Indubitabil prova
ne riportasti omai, che nulla al mondo
Cesare può dal vil suo fango trarre.
Bruto Talvolta ancora il ver traluce all’ebbra