Pagina:Alfieri - Vita, I, Londra, 1804.djvu/156

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154 VITA DI VITTORIO ALFIERI

[1769] lessi mai la sua Enriade, se non se a sqarcetti; poco più la Pucelle, perchè l’osceno non mi ha dilettato mai; ed alcune delle di lui tragedie. Montesquieu all’incontro lo lessi di capo in fondo ben due volte, con maraviglia, diletto, e forse anche con un qualche mio utile. L’Esprit d’Helvetius mi fece anche una profonda ma sgradevole impressione. Ma il libro dei libri per me, e che in quell’inverno mi fece veramente trascorrere dell’ore di rapimento e beate, fu Plutarco, le vite dei veri Grandi. Ed alcune di quelle, come Timoleone, Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, ed altre, sino a quattro e cinque volte le rilessi con un tale trasporto di grida, di pianti, e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per impazzato. All’udire certi gran tratti di quei sommi uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scaturivano del vedermi nato in Piemonte ed in tempi e governi ove niuna alta cosa non si poteva nè fare nè dire, ed inutilmente appena forse ella si poteva sentire e pensare. In quello stesso inverno studiai anche con molto calore il sistema planetario, ed i moti e leggi dai corpi celesti, fin dove si può arrivare a