Pagina:Alfieri - Vita, I, Londra, 1804.djvu/219

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EPOCA TERZA. CAP. XII. 217


mia spada che stava in camera posata su un [1771] cassettone, ed avea avuto il tempo di sfoderarla. Ma Elia inferocito mi tornava incontro, ed io glie l’appuntava al petto; e lo Spagnuolo a rattenere ora Elia, ed or me; e tutta la locanda a roraore; e i camerieri saliti, e così separata la zuffa tragicomica e scandalosissima per parte mia. Rappaciati alquanto gli animi si entrò negli schiarimenti; io dissi che Tessermi sentito tirar i capelli mi avea messo fuor di me; Elia disse di non essersene avvisto neppure; e lo Spagnuolo appurò ch’io non era impazzito, ma che pure savissimo non era. Cosi fini quella orribile rissa, di cui io rimasi dolentissimo, e vergognosissimo, e dissi ad Elia ch’egli avrebbe fatto benissimo ad ammazzarmi.Ed era uomo da farlo; essendo egli di statura quasi un palmo più di me che sono altissimo; e di coraggio e forza niente inferiore all’aspetto. La piaga della terapia non fu profonda, ma sanguinò moltissimo, e poco più in su cheTavessi colto, io mi trovava aver ucciso un uomo che amavo moltissimo per via d’un capello più o meno tirato. Inorridii molto di un così bestiale eccesso di collera; e benché vedessi Elia alquanto placato, ma non rasserenato meco, non volli pure nè mostrare nè nutrire diffidenza al-