Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/155

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settima 133

Quindi in solingo albergo, e fra gl’ignudi
     252D’ogni periglio ameni poggi e boschi
     Vissi un lustro fra i sacri ozj e gli studi.
Or due volte la notte avvien che infoschi
     255L’alma luce, e funesti il mio riposo;
     Mentre del sonno fra i silenzj foschi
Offre il Profeta a me, che dall’ondoso
     258Cobarre fu pel crin su l’aure chiare
     Tratto di Sion nel santo colle ombroso,
Ov’ei mirò sul profanato Altare
     261L’eretto Idol del Zelo, e gli uomin fisi
     E chini al Sol nascente aureo del mare;
E le donzelle Ebree co’ smorti visi,
     264Che di lamenti empiean l’estinto Adone,
     Sciolte i capei d’infame pianto intrisi.
Egli, che ai Giudei Regni e alle Corone
     267Assire aprì il ferale ordin de’ fati,
     Con torvo ciglio a riguardar si pone
La misera Olisippo, e grida: Irati
     270Scorgerai gli elementi, ed al tuo scempio,
     Città infelice, orridamente armati.
Le pene avrà pel violato Tempio,
     273Qual già il mio Popol ebbe, il tuo, che adegua
     I prischi falli, ed il malnato esempio.
L’ultime amare par voci che segua
     276Un improvviso tremolar del suolo;
     Ed ei sfuma fra il bujo, e sì dilegua.
Or quali sciolser mai più infausto volo
     279Presagj a par di questi, e diér sì certi
     Concordi segni di futuro duolo?
Ma poiché a noi mirabilmente offerti
     282Fùr dall’alta Pietà, che i fonti eterni,
     Dell’avvenir volle mostrarne aperti.