Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/229

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

decima 207

E con tal grazia d’un leggier sorrìso
     Segnò le labbra sue, che non più certa
     579Di gaudio immagin mai diè più bel viso.
La fatal notte de’ superni aperta
     Decreti in essa ad affisarsi trasse
     582L’eterea schiera a svilupparli esperta;
Che in quelle sorti eccelse, appo cui basse
     Fùr quante a virtù rara Amor consacre,
     585Fra stupor e piacer parve che stasse.
Ah! perchè a me dato non fu le sacre
     Tenebre penetrar? Come in robusto
     588Cangiato avrei lo stil selvaggio ed acre,
Sì, che or vedrìa ne’ miei carmi il vetusto
     Suo lume vinto dal fulgor novello
     591L’Augusta Donna del Consorte Augusto.
Pur quel, che da cotanta ombra io divello
     Fausto segno all’età nostra si schiuda.
     594Mirai fuor del chiarissimo drappello
Gli Angioli d’Austria e Gallia, ambo di cruda
     Lorica armati, infra le accese faci
     597Da fiamma d’ogni fumo impuro nuda
Guidar l’Angiol d’Italia, e con veraci
     Pegni di fé stringer d’Amore i fianchi,
     600Ed alternar sul santo volto i baci.
Mentre con occhi umilemente franchi
     Leggean que’ Spirti entro i destin futuri,
     603Nè in meditarli sazj eran, né stanchi,
Io, cui d’Amor sembràro in parte oscuri
     I sensi, sclamai volto alla mia scorta:
     606Chi fia, se tu non sei, quel, che assecuri
I pensier miei? Detto, che udii, m’apporta
     Dubbio alla mente. E v’hanno Anime quali
     609Testè le pinse Amor dentro l’attorta