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| la pittura | 121 |
ramente un nimico»[1]. Così un soggetto reso oggimai de' più triviali potrà avere il pregio della novità, quando il pittore prenda per iscorta quegli autori i quali sanno ornare con di belle descrizioni le cose più vecchie e in certo modo ringiovenirle.
Della utilità di un amico con cui consigliarsi
Di utilità eguale ai libri, se non più, sarà forse per essere al pittore l'amicizia di un uomo discreto e dotto, chegli possa consultare al bisogno. Diomede, ad iscoprire ciò che facevasi nel campo de' nemici, domanda un compagno per la ragione che meglio veggono due che vanno insieme[2]. Al che allude Socrate nel secondo Alcibiade, con quel suo «due che considerano insieme»[3].
Quando Annibale fu per imprendere la marcia verso Italia, cercò di avere uno Spartano a' fianchi, nella scienza militare maestro, per li di cui consigli, dice Vegezio, potè dipoi spegnere, inferiore di forze e di numero, tanti consoli e tante legioni[4].
E lo stesso Giulio Cesare, il fiore della umana specie, richiede al tempo della guerra civile Oppio e Balbo del loro avviso sopra i modi da tenersi per usare lungamente della vittoria[5].
Dopo così fatti esempi chi potrà mai darsi ad intendere di dovere unicamente reggersi da sé e poter far senza i lumi altrui in cose di guerra, di stato o d'ingegno? E tanto meno dovrà ciò credersi in un’arte che di tante parti è composta, come è la
- ↑ «Sine, priusquam complexum accipio, sciam, inquit, ad hostem, an ad filium venerim: captiva, materne in castris tuis sim?»: Tito Livio, Decad. I, Lib. II, [40].
- ↑ σύν τε δύ’ἐρχομένω [Iliade, X, 224].
- ↑ σύν τε δύο σκεπτομένω [Platone, Alcibiade secondo, p. 452].
- ↑ «Nec minus Hannibal petiturus Italiani Lacedaemonium doctorem quaesivit armorum: cuius monitis tot consules, tantasque legiones, interior numero ac viribus, interemit»: Veget., De re militari, in Prol., Lib. III.
- ↑ «Id quemadmodum fieri possit, nonnulla mihi in mentem veniunt, et multa reperiri possunt. De his rebus rogo vos, ut cogitationem suscipiatis»: in Lib. IX, [VIII, Caesar Oppio, Cornelio S.], Ep. ad Atticum.