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| la pittura | 123 |
fu consigliatore e amicissimo il padre della nostra poesia, che della pratica del disegno raccontasi non fosse ignaro[1]. E i pittori che dopo i Buonarroti e i Vinci sostennero l'onore della scuola fiorentina, andavano al Galilei come ad oracolo, il quale univa col sapere qualche perizia di mano e somma esquisitezza di gusto[2].
Che se con uomini a questi somiglianti consigliato si fosse lo Spagnolo di Bologna, non avrebbe mai rappresentato, come fece per il Principe Eugenio, Chirone nell'atto di dare un calcio ad Achille per non aver dato in brocca nel tirar d’arco. Né tampoco i pittori della scuola veneziana si sarebbero presi ne' loro dipinti tante licenze, né con simili direttori a fianco avrebbono tanto peccato contro al costume.
Della importanza del giudizio del pubblico
È necessario che il pittore s'imprima fortemente nell'animo che niuno è miglior giudice dell'arte sua, quanto è il vero dilettante ed il pubblico[3]. Guai a quelle opere dell'arte che hanno
- ↑ Vasari, Vita di Giotto, e Dialogo della Pittura di M. Lodovico Dolce, p. 130, ediz. di Firenze, 1735.
- ↑ Vita del Galileo scritta dal Viviani.
- ↑ «Omnes enim tacito quodam sensu, sine ulla arte aut ratione, quae sint in artibus ac rationibus recta ac prava diiudicant; idque cum faciunt in picturis et in signis» etc.: Cic., De Oratore, Lib. III, n. L.
«Mirabile est enim, cum plurimum in faciendo intersit infcer doctum et rudem, quam
tura, Scultura e Architettura, t. II, p. 18]: «Signor Conte. Ho fatto disegni in più maniere sopra l'invenzione di V.S. e soddisfaccio a tutti, se tutti non mi sono adulatori; ma non soddisfaccio al mio giudicio, perché temo di non soddisfare al vostro. Ve gli mando. V. S. faccia eletta d'alcuno, se alcuno sarà da lei stimato degno. Nostro Signore con l'onorarmi m'ha messo un gran peso sopra le spalle; questo è la cura della Fabbrica di S. Pietro. Spero bene di non cadervici sotto: e tanto più quanto che il modello ch'io ne ho fatto piace a Sua Santità, ed è lodato da molti belli ingegni. Ma io mi levo col pensiero più alto. Vorrei trovar le belle forme degli edifizî antichi: né so se il volo sarà d'Icaro. Me ne porge una gran luce Vitruvio; ma non tanto che basti. Della Galatea, mi terrei un gran maestro, se vi fossero la metà delle tante cose, che V.S. mi scrive; ma nelle sue parole riconosco l'amore che mi porta; e le dico che per dipingere una bella, mi bisognerebbe veder più belle; con questa condizione, che V. S. si trovasse meco a far scelta del meglio: ma essendo carestia e di buoni giudici e di belle donne, io mi servo di certa idea che mi viene alla mente. Se questa ha in sé alcuna eccellenza d'arte, io non so: ben mi affatico di averla. V. S. mi comandi. Di Roma».