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| 238 | la necessità di scrivere nella propria lingua |
parsa quando si mostrano rivestiti delle spoglie o delle divise altrui. Assai facilmente le riconosce chiunque è versato nella latina poesia. Anzi bene spesso si può accorgere come le espressioni che negli antichi autori trovansi belle e fatte, guidano esse e formano il sentimento del poeta, in luogo che i pensamenti si tirino dietro le espressioni. E tale autore che in lingua italiana è poeta casto e platonico, diviene licenzioso ed epicureo in lingua latina, trattovi come a forza dalle frasi di Catullo e di Ovidio, suoi maestri e suoi duci.
Che se pure vogliono alcuni esprimere le particolari loro impressioni, rappresentar nettamente le modificazioni del loro animo, troppo male ne riescono. Assecondare il proprio naturale, trovare modi di dire che sieno il nostro caso in una lingua da tanti secoli morta, è impossibile. Perché avendo, come si è detto, per tante cause variato le cose, non vi possono più rispondere le espressioni. E così, dovendo noi accomodare le immagini ai colori e non i colori alle immagini, ogni cosa riesce languido e fosco.
Guai al divino Ariosto se dava orecchio al Bembo, il quale lo consigliava di lasciar da banda le Muse italiane e darsi tutto in braccio a quelle del Lazio. Né già lo stile di Dante sarebbe così vivo, che si trasforma nelle cose medesime, s'egli avesse disteso il suo poema in latino. E ben si potrebbe dire di lui
quando egli avesse proseguito giusta quel suo principio:
Infera regna canam supero contermina mundo.
Che se a cagione del poema latino dell'Affrica fu coronato il Petrarca in Campidoglio, conviene considerare che ciò avvenne in tempi che il raccozzare pochi versi in quella lingua era tenuto a miracolo; e la verità si è che il Petrarca non per altro è famoso, letto e studiato, che per le sue rime volgari.
Degna adunque di somma lode, per quanto in favore della lingua latina vadano predicando gli Aldi, i Romoli Amasei ed