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| 274 | la rima |
Di tali parole affini che nota il Pope nella sua lingua, e colle quali i poeti inglesi si rendono nel rimare stucchevoli, non ne è carestia nelle altre lingue. Tra i francesi se il verso è terminato con la parola âme ci è da scommettere che il susseguente sarà suggellato con flanie; e tra noi se alla fine del verso si trova Amore, aspettati pure che nel terzo ti ferisca il cuore, o un qualche aspro ti dia fiero dolore. La rima in tal caso è legittima, dice graziosamente Fontenelle, ma ella è quasi un matrimonio: e le parole sono annoiate esse medesime di doversi far sempre compagnia[1]. Incontra alcuna volta, è vero, che la obbligazione della rima fa uscire il poeta in qualche peregrina espressione o in qualche pensiero condito dalla novità, e che alla fine del verso gli potrà riuscire di accozzare insieme parole che non sogliono tanto spesso trovarsi in compagnia e sieno, se è lecito il dirlo, quasi un riscontro di amanti. Ma ciò avviene pur di rado. E di quanti disordini non ha colpa la rima per una espressione felice, per un buon pensiero di che ella talvolta può aver merito?
E in tanto non sempre ci accorgiamo delle sconciature ch'ella cagiona, diciam così, ne' parti poetici, in quanto che non vediamo così per appunto che cosa si avesse proposto di dire o pure avrebbe dovuto dire il poeta. Ma dove elle si mostrano manifestamente agli occhi di tutti, è nelle traduzioni, colle quali l'interprete non altro certamente si prefigge che di rendere puntualmente il testo e di ritrarre nella propria lingua quello che altri ha detto nella sua. Di modo che le traduzioni chiamare si potrebbono il cimento decisivo, l''experimentum crucis della rima. Paolo Beni ne' suoi discorsi porta l'esempio di un luogo di Virgilio, che viene stirato a un doppio numero di versi tradotto in rima dal divino Dolce[2]. E di simili altri esempi se ne potrebbono cavare dal volgarizzamento delle Metamorfosi dell'Anguillara, benché Ovidio non sia altrimenti ristretto e sugoso come è