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Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/384

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378 l'influsso del clima e la virtù legislativa

suoi certe qualità naturali e proprie, che da qualunque sia causa morale non verranno del tutto ad essere ispente giammai. Non istarò già io qui a mettere in campo ciò che in proposito dei Napoletani racconta il Vasari nella vita di Giotto, come avendo un giorno il Re Ruberto chiesto a quel pittore che gli dipingesse il suo reame, Giotto gli dipinse un asino imbastato, che teneva a' piedi un altro basto nuovo, e fiutandolo faceva sembiante di desiderarlo; il che mostra come quel popolo sia sempre stato, dice egli, sopra ogni altra cosa vago di novità. Io metterò in campo esempi di molto maggior peso, i quali comproveranno sempre più quanto si è detto in proposito dei Romani e dei Greci: quella naturalezza che hanno i boari di Sicilia d'insegnare i loro amori alle selve, come aveano a' tempi di Teocrito; quell'ardore che mostrarono sempre gl'Inglesi per la libertà, a cui sacrificarono sino a' loro medesimi re, e quella picca che nutrirono in ogni tempo contro ai Francesi[1]; l'amore ch'ebbero sempre i Tedeschi per li belliconi, la osservanza delle ubbie e delle sorti come gente poco astuta e scaltrita, del che rende testimonianza Tacito insieme con la giornaliera esperienza[2]; la buona fede degli Spagnuoli tanto commendata da Giustino nel guardare i depositi ad esso loro confidati, a segno che sostennero bene spesso la morte per tenergli secreti[3]; qualità tuttavia in essi dominante, per cui avviene che prestando religiosamente il loro nome a mercanti forestieri, l'oro e l'argento del nuovo mondo approdi soltanto a Cadice, e di là si disperda in Inghilterra, in Ollanda, in Francia, in quei paesi alla industria de' quali convien che paghi tributo la Spagna.

Ma fra tutti gli esempî del carattere indelebile delle nazioni, il più illustre è quello che ne danno i Francesi, quantunque essi

  1. «Iam vero principum filios liberalibus artibus erudire, et ingenia Britannorum studiis Gallorum anteferre, ut qui modo linguam Romanam abnuebant, eloquentiam concupiscerent»: Tacitus in Agricola, [21].
  2. «Diem noctemque continuare potando nulli probrum <est> [...] Auspicia sortesque, ut qui maxime, observant [...] Gens non astuta, nec callida»: De moribus Germanorum, [22; 10; 22].
  3. «Saepe tormentis pro silentio rerum creditarum immortui; adeo illis fortior taciturnitatis cura quam vitae»: Lib. XLIV, cap. II.