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SAGGIO SOPRA
IL COMMERCIO
Il possedere gran copia di materie prime, sia di necessità, sia di lusso, come frumento, lana, canape, seta; il lavorarle, trasportarle a' forestieri, lo impiegare nella cultura della terra, nelle manifatture e ne' traffichi il più di mani che è possibile, furono in ogni tempo sorgente larghissima di ricchezze: e le ricchezze sono sangue e vita degli stati. Per tali vie crebbero già Alessandria, Tiro e Cartagine a quella tanta opulenza di cui ne fanno fede le istorie.
Pur nondimeno non sembra che del Commercio ne avessero gli antichi quell'alto concetto che ne hanno i moderni; né che, per averne signoria e governo, facessero tra loro la guerra, come l'han fatta e la fanno tuttavia le nazioni di oggidì.
Dove presentemente il Commercio forma la base della felicità e grandezza delle civili società, dove ora di libri sopra il Commercio son piene le biblioteche, e ne è nata la nuova scienza dell'Aritmetica politica, poco o nulla si legge in tal proposito scritto dai Romani e dai Greci; e appena che si scorga ne' loro trattati di pace una qualche traccia della considerazione in che lo tenevano.
Platone al contrario lo sbandisce in compagnia di Omero dalla sua Repubblica, come alla buona morale dannoso[1]. E
- ↑ Vedi tra gli altri luoghi il principio del Libro IV delle Leggi: ἐμπορίας γὰρ xαὶ χρηματισμοῦ διὰ καπηλείας ἐμπιμπλᾶσα αὐτήν <πὸλις> ἤθη παλίμβολα xαὶ ἄπιστα ταῖς ψυχαῖς ἐντίκτουσα, αὐτήν τε πρὸς αὑτὴν τὴν πόλιν