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Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/465

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orazio 459

dovea di picciol tratto rimanersi dopo il grande Omero, correre quasi del pari con Teocrito, e di lunghissimo spazio lasciarsi Esiodo dietro alle spalle; e dovea Orazio riunire in sé medesimo le qualità tutte de' poeti lirici, che per più di due secoli aveano beato la Grecia. I più considerabili erano Stesicoro, Archiloco, Saffo, Alceo e Pindaro, di tutti principe. Dei pregi di questo sommo poeta, del divino entusiasmo che lo invase, e singolarmente di quell'eloquente sua piena ne diede all'Italia un qualche saggio Gabbriello Chiabrera, e meglio ancora lo avrebbe fatto Domenico Lazzarini, se alla felicità dello ingegno fosse stata in lui eguale la cura dello studio; e di esso ne ha presentemente una certa non debole immagine la Inghilterra nelle Ode di Iacopo Gray, poeta caldo, fantastico, armonioso, sublime. Benché Orazio paia protestarsi di non voler andar dietro alle profonde tracce di Pindaro come cosa troppo piena di pericolo[1], sì non resta di pindarizzare assai volte[2], e di giungere a un sublime che più là forse non si sarebbe levato lo stesso Cigno dirceo[3]. Col pieno singolarmente di Alceo davasi vanto di aver temperato la delicatezza di Saffo, quasi tagliando, come si fa de' vini, la dolcezza dell’uno coll’asprezza dell’altro: a quel modo che il Lorenzini tra noi seppe unire alla profondità, come egli dice, delle acque dantesche la limpidezza di quelle del Sorga;

  1. Pindarum quisquis studet aemulari
    Iule, ceratis ope Daedalea
    Nititur pennis, vitreo daturus
    Nomina ponto.

    (Od. II, Lib. IV, [1-4]).

    «Novem vero Lyricorum longe Pindarus princeps, spiritus magnificentia, sententiis, figuris, beatissima rerum verborumque copia et velut quodam eloquentiae flumine: propter quae Horatius eum merito credidit nemini imitabilem»: Quintil., Instit. Orat., Lib. X, cap. I, [61].

  2. Tra le altre la Ode I del Lib. III, Odi profanum vulgus etc., la Ode III del medesimo libro, Iustum et tenacem propositi virum etc. L'Ode IV del Lib. IV, di cui Giulio Cesare Scaligero, che non era per altro spasimato di Orazio, dice «Tota vero cantione hac et seipsum et totam Graeciam superavit»; e ognuno sa che lo stesso Scaligero arrivò a dire che per aver fatto la Ode Quem tu Melpomene semel avrebbe dato il regno di Aragona.
  3. Multa Dircaeum levat aura cycnum.

    (Od. II, Lib. IV, [25]).