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Virgilio il sistema di simili concetti, vogliono che poco tempo dopo la battaglia di Azzio egli dettasse quel suo poema che si può chiamare egualmente politico che epico. In esso Casa Giulia, di cui capo è Enea, se ne viene in Italia a fondarvi quell'imperio, a cui hanno gli Dei promesso la signoria del mondo e la persona di Ottavio, in cui si verificano e si adempiono gli oracoli tutti. Perché adunque, sembra insinuare Virgilio al popolo romano, voler resistere alla propria tua felicità? Avere abbastanza lo abuso della libertà a' tempi della repubblica mostrato quali stragi e ruine possa tirarsi dietro. Essere ornai tempo di provare sotto il reggimento di Casa Giulia i frutti di una dolce servitù[1].
Non si può credere quali effetti partoriscano in un popolo spiritoso cotali massime rivestite sotto la forma d'immagini. A ciò non era meno atto Orazio, che si fosse Virgilio, come ben se n'accorse l'amico suo Mecenate; ed è da credere che per distornare l'animo di Ottavio egli facesse per ordine suo la ode XIV del libro primo, ch'è la più bella e seguita metafora che mai uscisse di penna d'uomo[2]. Ma certamente per ordine di Mecenate egli scrisse la ode terza del libro terzo, a discifrare la quale ci è voluto tutto l'acume de' più fini nostri moderni critici.
Correva fama che Giulio Cesare avesse già in animo di transferire da Roma la sede dell'imperio in Alessandria o in Troia; e i più credevano in Troia, donde tratto avea l'origine la famiglia
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Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis etc.
(Virg., Aeneid., Lib. VI, v. 791).
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O Navis, referent in mare te novi
Fluctus. O quid agis? fortiter occupa
Portum: nonne vides ut
Nudum remigio latus
Et malus celeri saucius Africo,
Antennaeque gemant? ac sine funibus
Vix durare carinae
Possint imperiosius
Aequor? etc.[Od. XIV, Lib. I, 1-9].