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Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/479

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orazio 473

esempio anch'egli come alle indigestioni sono singolarmente soggette le più gentili persone[1]. Tanto in onta della filosofia potevano in lui le naturali inclinazioni, o vogliam dire il genio, che sino dalla nascita accompagna poi sempre l'uomo che ha in guardia[2].

Tali e somiglianti difetti molto bene in sé medesimo gli conoscea. Più di una volta si fa il processo addosso, che meglio non l'avria potuto fare il suo più giurato nemico. «Te ammalia la moglie altrui; in Roma non altro hai in bocca che la villa, e quando sei in villa metti in cielo la città, incostante che tu sei; non puoi stare nemmeno un'ora in tua compagnia, non sai impiegare il tempo, adombri di te medesimo e ti fuggi, cercando ora col sonno, ora col vino di smaltire il malo umore che dentro ti rode tuttavia», si fa egli tra le altre cose rimproverare dal suo Davo[3]. Di molto studio faceva sopra se stesso con animo

    Convivam: «nemon oleum feret ocius? ecquis
    Audit?» cum magno blateras clamore fugisque.

    (Sat. VII, Lib. II, [29-35]).

    Nimirum hie ego sum; nani tuta et parvula laudo,
    Quum res deficiunt, satis inter vilia fortis:
    Verum ubi quid inelius contingit et unctius, idem
    Vos sapere, et solos aio bene vivere, quorum
    Conspicitur nitidis fundata pecunia villis.

    (Epist. XV, Lib. I, [42-46]).

  1.  Nil ego, si ducor libo fumante: tibi ingens
    Virtus atque animus coenis responsat opimis.
    Obsequium ventris mihi pernieiosius est, cur?
    Tergo plector enim. Qui tu impunitior illa,
    Quae parvo suini nequeunt, obsonia captas?
    Nempe inamarescuut epulae sine iìne petitae,
    Illusique pede; vitiosum ferre recusant
    Corpus.

    (Sat. VII, [Lib. II, 102-109]).

  2. Scit Genius natale comes, qui temperat astrum
    Naturae Deus humanae.

    (Epist. II, Lib. II, [187-188].

  3. «Te coniux aliena capit, meretricula Davum» [...]
    «Romae rus optas, absentem rusticus Urbem