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Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/480

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474 orazio

di ammendarsi, non disperava di riuscirne a buon fine con l'andare degli anni, con la sincerità di un qualche amico, colle proprie riflessioni. Né già mancava, quando era a letto o al passeggio, di dire tra sé: «Più savio partito fia questo; così non avrò poi da pentirmi, così agli amici sarò più caro. Tal cosa fece colui, e grande onore non ne riportò. Vorrei io adunque incontrare la stessa taccia di lui?»[1]. E tale è il candore e la ingenuità ch'e' mostra, che se gli perdonano agevolmente i suoi difetti, e altri arriva persino a perdonargli, come si fa a Montagna, il parlare di sé medesimo.

Ma quanto non si fa egli dipoi amare per le bellissime qualità c'’erano in lui! Delle leggi dell'amicizia, ch'era uno de’ principali punti della morale epicurea, era osservatore religiosissimo. Niuna cosa metteva egli a fronte di un piacevole amico, e tra le più laide cose metteva il buccinare nel pubblico, che dai più è reputato gentilezza, ciò che nel calor del vino o standosi a crocchio esce dal cuore del compagno. «Tu ti compiaci di mordere altrui», si fa egli dire, «e in ciò poni tuo studio». «Donde cavi tu ciò?», egli risponde animosamente, assicurato dalla propria coscienza, dalla buona compagnia, che l'uomo francheggia

[2]

  1. ↑

    .....mediocribus, et queis
    Ignoscas, vitiis teneor. Fortassis et istinc
    Largiter abstulerit longa aetas, liber amicus,
    Consilium proprium; neque enim quum lectulus aut me
    Porticus excepit, desum mihi. «Rectius hoc est,
    Hoc faciens vivam melius; sic duleis amicis
    Occurraro; hoc quidam non belle: numquid ego illi
    Imprudens oiim faciam simile?» Haec ego mecurn
    Compressis agito labris.

    (Sat. IV, Lib. I, [130-138]).
  2. ↑

    Tollis ad astra levis».
    «...adde, quod idem
    Non horam tecum esse potes, non otia recte
    Ponere; teque ipsum vitas fugitivus, et erro,
    lam vino quaerens, iam somno fallere curam
    Frustra. Nam comes atra premit, sequiturque fugncem».

    (Sat. VII, Lib. II, [46; 28-29; 111-115]).