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| orazio | 483 |
dare un compagno[1] o per saper nuove di un amico lontano[2], o per invito che glie ne venisse fatto[3] o per simili altre cause che gli accadevano alla giornata. Senza che il secondo libro delle Epistole non è per niente morale, ma è tutto critico, come il sono la satira IV e la X del libro primo delle Satire; e non sono per niente morali né la satira V, né la VII, né la VIII, né la IX del medesimo libro, né la IV, né la VIII del secondo. Talmente che il pensiero di Dacier ha da riporsi tra mille altri simili de' commentatori, i quali pare, a forza di considerare lungo tempo la medesima cosa ed averla lunghissimo tempo dinanzi agli occhi, giungano a vederla il più delle volte contrafatta.
Egli è però vero che se Orazio non ha inteso di comporre un trattato di morale compito, gli è venuto fatto di comporlo, non ci essendo condizione né privata né pubblica, non termine nella vita dell'uomo che non trovi regole da ben condursi ne' sermoni d'Orazio.
Quello stile adunque di Lucilio prese ad ornare ed abbellire. Quivi si trovano di quei versi filati sottilmente, simili a quei nostri italiani:
| Qual Ninfa in fonti. Chiome d'oro. |
Il celebre Abate Lazzarini, che sentiva tanto finamente della poesia, avrebbe chiamato del medesimo gusto il seguente d'Orazio:
| Prima diete mihi summa dicende camoena, |
- ↑ Septimius, Claudi, nimirum intelligit unus (Epist. IX, Lib. I).
- ↑ Iuli Flore, quibus terrarum militet oris [Epist. III, Lib. I]; Celso gaudere, et bene rem geme, Albinovano (Epist. VIII, Lib. I).
- ↑ Quam tot sustineas et tanta negatiti solite (Epist. I, Lib. II).
licitus me rure futurum (Epist. VII, Lib. I); Flore, bono claroque fidelis cimice Neroni (Epist. II, Lib. II).