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tempo suo in Londra, l'Inglese, il Tutore, lo Spettatore e il Ciarliere, che il giorno stesso che entrò da prima nel Parlamento, entrò anche in frega di brillare per la eloquenza. Trattavasi quel dì una materia di cui egli non bene era informato. Sopra di che disse argutamente Milady Montaigu che per poco che si fosse col suo Tutore consigliato, l'Inglese avria imparato che pur dovea lo Spettatore aver la mano dal Ciarliere. Ch'è conforme a quanto asseriva quell'antico Filosofo: che l'uomo il più eloquente intorno alla cetera era il citarista. Di buona vettovaglia di erudizione e di scienza fa similmente mestieri che sia fornito il Poeta, ond'egli possa secondo il bisogno mettere innanzi quello che si conviene e di nobili cibi pascer la mente del leggitore. A ciò particolarmente intesero dietro alle tracce degli antichi, Dante, Pope, Hallero, Metastasio, Miltono; e colui che siede a' nostri giorni il primo tra' poeti, è altresì tra tutti i moderni poeti il più dotto.
A guisa di ape, dice Orazio, che con grandissima fatica va sbrucando lungo il bosco e le rive de' fiumi gli odorosi fiori, io compongo i miei versi[1]. Dove non d'altro intende che dello studio da lui posto nella Filosofia, che è il vero mele della Poetica. E tale è la forza della dottrina, egli dice, che una poesia piena di vero costume e di naturale sentimento, benché senza grazia di stile, sarà letta con assai maggior diletto, che i più bei versi del mondo, poveri di cose, e tutte le armoniose bagattelle che si vanno udendo alla giornata[2]
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. . . . . . . . . . . . . . .Ego, apis Matinae
More modoque,
Grata carpentis thyma per laborem
Plurirnum, circa nemus uvidique
Tiburis ripas, operosa parvus
Carmina fingo.(Od. II, Lib. IV, [27-32]).
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Respicere exemplar vitae morumque iubebo
Doctum imitatorem, et veras hinc ducere voces
Interdum speciosa locis morataque recte
Fabula, nullius veneris, sine pondere et arte,
Valdius oblectat populum meliusque mora tur,
Quam versus inopes rerum nugaeque canorae.(in Art. poet., [317-322]).