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Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/502

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496 orazio

età che da noi aurea è denominata. Perché noi appunto altro di quella età non vediamo, che un Orazio, un Virgilio, il portico del Panteon, i bei medaglioni di Augusto e un qualche intaglio di Dioscoride e di Solone, c'immaginiamo agevolmente e giudichiamo, come all'aspetto di Alcina, che corrisponde

tanto più che in materia di lettere i soli buoni autori sono a noi pervenuti; gli altri hanno fatto naufragio nell'oceano, dirò così, del tempo. Ma quegli stessi autori che pur ci sono pervenuti ci avvertono essi a non avere del loro secolo un troppo alto concetto, mostrandoci apertamente che non l'aveano neppure essi medesimi. Non ci è uomo, si dice proverbialmente, che dinanzi agli occhi de' suoi valetti sia un eroe; e non ci è secolo aureo, dire anche si potrebbe, per gli occhi del contemporaneo. Qual ritratto non ci fa Platone degli Scioli e dei Sofisti che aveano la voga a' tempi di Pericle e di Filippo? M. Antonio Flaminio, nel bel mezzo dell'aureo secolo di Leone, scrive a Messer Luigi Carlino che subito che l'uomo nelle sue composizioni schiva i vocaboli barbari e frateschi, pensavano ch'egli scrivesse ben latino. E di qui nasce, egli aggiunge, che non solamente il volgo ma eziandio molti che per le città hanno fama di buona dottrina e di buon giudizio, ammirano lo stile di Erasmo, del Melantone e di certi nostri Italiani, i quali non seppero mai, né forse mai sapranno, ciò che sia bellezza, proprietà, eleganza, purità e copia della lingua latina[1]. Il Serlio si duole, egualmente che il buon Vitruvio, come al tempo suo tanti ci fossero consumatori di calcina e di pietre, denominati architetti, i quali con poca ragione operavano come quelli che di niuna scienza forniti, guidati erano soltanto dall’altrui autorità o da un loro proprio parere e compiacenza d'occhio[2]. Né a sentimento d'Orazio

  1. Lettera di M. Antonio Flaminio a Messer Luigi Carlino.
  2. Serlio, nel principio del libro primo. «Cum autem animadverto, ab indoctis et imperitis tantae disciplinae magnìtudinem iactari, et ab his, qui non modo Architecturae, sed omnimo ne fabricae quideni notitiam habent, non possimi non laudare patresfamilias