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erano in minor numero gl'insulsi poeti che noiavano l'età di Augusto, che a giudizio di Despréaux si fossero quegli altri per cui veniva tanto disonore al secolo felice di Luigi XIV.
Furono i poeti in ogni tempo importuni, sdegnosi, caparbi, ed ebbero la folle vanità di credere che dovessero i principi chiamargli spontaneamente appresso di sé ed arricchirgli in cambio della immortalità che promettono di dar loro. Infastidito Augusto di somiglianti modi, non ne avea un grandissimo concetto, quantunque dei versi ne avesse composto anch'egli, e di niuna utilità gli riputava per lo stato.
Molte cose dice graziosamente Orazio in loro favore e prende la difesa dei poeti dinanzi a un principe che della miglior parte della sua fama ne è debitore a' poeti medesimi[1].
Del rimanente in altre particolarità ancora rassomigliava a questo nostro secolo quello di Augusto; e, tra le altre, nel sistema che formati si erano la più gran parte dei letterati intorno alla lingua. De' parolai anche allora e di cruscanti ve n'era un nuvolo; e questi erano nimici giurati d'Orazio, come il furono in ogni tempo de' più nobili scrittori.
Volevano che la lingua latina, allora vivente e nelle bocche degli uomini, a risguardare si avesse come morta. Faceansi coscienza di non istare a quelle sole parole e maniere che usate trovavansi dagli scrittori venuti in tempi non così luminosi, come era il secolo di Augusto. Non era lecito a niuno, secondo loro, arricchir la lingua pur di una voce; e sentenziavano quegli scrittori i quali trovato avessero un nuovo segno per esprimere una nuova idea. Contro a tal setta di gente, che dentro alla loro pedanteria confinare intendevano lo ingegno altrui, insorge
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Scribimus indocti doctique poemata passim.
Hic error tamen et levis haec insania quantas
Virtutes habeat, sic collige etc.[Epist. I, Lib. II, 117-119].
eos, qui litteraturae fiducia confirraati, per se aedificantes ita indicant, si imperitis sit committendum, ipsos potius digniores esse ad suam voluntatem, quam ad alienam pecuniae consumere summam. Itaque nemo artem ullam aliam conatur domi facere, uti sutrinam, vel fullonicam, aut ex caeteris quae sunt faciliores, nisi architecturam, ideo quod qui profitentur, non arte vera, sed falso nominantur Architecti»: Vitruv., in Proemio, Lib. VI.
| 32 — Algarotti. |