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Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/508

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502 orazio

Dante continuato avesse il suo poema in latino, non avrebbe osato dire di un fiume, che nol sazia cento miglia di corso; ch'egli venne in luogo ogni luce muto: maniere vive, profonde, brave, colle quali e con altre ad esse somiglianti egli ha ingagliardito la nostra poesia. A una lingua forestiera, e sia pur vivente, non si potrà mai dare d'insoliti atteggiamenti; la non si potrà mai piegare fuori dall’usato suo corso. In essa altro finalmente non ti è concesso, che seguire altrui; altro esser non puoi, che un valente imitatore. E gl'imitatori gli teneva Orazio in quel concetto in che ragion vuole che si tengano[1].

Ridevasi di coloro che a guisa di tignuole si rodevano sempre un libro, non altro leggevano che un autore o due, e inetti gli credeva a rendere un sano giudizio e a far sì che potessero un giorno esser letti essi medesimi[2]. Lodava in contrario coloro che tentavano di nuove vie, e isdegnavano attignere a' fonti troppo comuni[3]. Ed egli stesso studiando gli spiriti e il gusto di quegli autori che meglio si affacevano all'umor suo, non seguendo le modulazioni, dirò così, e le cantilene di essi[4] erasi

  1. O imitatores, servum pecus, ut mihi saepe
    Bilem, saepe iocum vestri movere tumultus!

    (Epist. XIX, Lib. I, [19-20]).

  2. Illi, scripta quibus Comoedia prisca viris est,
    Hoc stabant, hoc sunt imitandi; quos neque pulcher
    Hermogenes unquam legit, neque simius iste,
    Nil praeter Calvum, et doctus cantare Catullum.

    (Sat. X, Lib. I, [16-19]).

  3. Quid Titius, Romana brevi venturus in ora?
    Pindarici fontis qui non expalluit haustus,
    Fastidire lacus, et rivos ausus apertos?
    Ut valet? ut meminit nostri? fidibusne latinis
    Thebanos aptare modos studet, auspice Musa?

    (Epist. III, Lib. I, [9-13]).

    Nil intentantum nostri liquere Poetae,
    Nec minimum meruere decus, vestigia Graeca
    Ausi deserere, et celebrare domestica facta.

    (in Art. poet., [285-287]).

  4. Libera per vacuum posui vestigia princeps,
    Non aliena meo pressi pede. Qui sibi fidit,