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Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/510

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tutto ciò gli suscitava ogni giorno incontro qualche novella malignità[1].

All'ingrassar d'altrui l'invido smagra,

come dice egli stesso[2] Avean fatto correr fama ch'egli non la perdonasse per un motto al miglior suo amico[3]. Le burle le più innocenti divenivano in bocca di lui delitti gravissimi[4] S'egli non andava a recitare al pubblico in compagnia degli altri, scusandosi di non aver cose da dire che degne fossero del pubblico, «ei si fa beffe di noi», tosto dicevano; «riserba coteste sue isquisitezze per gli orecchi di Giove. Crede che del mele poetico sieno soltanto conditi i suoi versi, innamorato di sé medesimo»[5]. Che facea egli? Minacciava bensì talvolta i malevoli suoi di condannargli a una eterna fama, e mostrava loro il

  1. ↑

    Invidia accrevit, privato quae minor esset.

    (Sat. VI, Lib. I, [26]).
  2. ↑

    Invidus alterius macrescit rebus opimis.

    (Epist. II, Lib. I, [57]).
  3. ↑

    Faenum habet in cornu; longe fuge: dummodo risum
    Excutiat sibi, non hic cuiquam parcet amico.

    (Sat. IV, Lib. I, [34-35]).
  4. ↑

    Saepe tribus lectis videas coenare quaternos,
    E quibus unus avet qua vis aspergere cunctos,
    Praeter eurn, qui praebet aquam; post hunc quoque potus,
    Condita quum verax aperit praecordia Liber.
    Hic tibi comis et urbanus liberque videtur
    Infesto nigris. Ego, si risi, quod ineptus
    Pastillos Rutillus olet, Gorgonius hircum,
    Lividus et mordax videor tibi.

    (ibid., [86-93]).
  5. ↑

    ... «Spissis indigna theatris
    Scripta pudet recitare, et nugis addere pondus»,
    Si dixi, «rides», ait, «et Iovis auribus ista
    Servas. Fidis enim manare poetica niella
    Te solutn, tibi pulcher».

    (Epist. XIX, I.ib. I, [41-45]).