per la scorrettezza di alcuni passi esse si mostrano intorbidate in egual misura.
Sarà anche necessario chiarire che, ai fini della selezione operata col confronto delle due edizioni, sullo sfondo del vario tessuto linguistico-istituzionale
dell'Algarotti, non sempre nella ricostruzione del testo ha avuto il privilegio della scelta la lezione che, puntellata dall'esterno da qualche attestazione solitaria negli appunti manoscritti, potesse apparire «più algarottiana»: nei casi in cui un morfema o un costrutto contenesse in sé l'esigenza di una normatività
inoppugnabile, ha avuto accoglienza quella appunto che presentasse a suo sostegno la conferma della norma o almeno la giustificazione della propria liceità, senza che fosse dimenticata talvolta, come ultimo ricorso, la consultazione anche di Pq1 e Pq2. Così si è fatto, nella convinzione di attuare quella discretio linguistica che di recente è stata proposta come definizione del laborioso processo della tecnica del restauro filologico, con un angolo di riferimento più acuto verso l'opera dei critici dei testi volgari prerinascimentali, ma che si presenta ogni qual volta ci si ritrovi ad esaminare due o più apografi (o nel nostro caso i loro equivalenti, rappresentati dalle due stampe fondamentali), a uno dei quali (o ad entrambi) il placet dell'autore si
↑ integrità della perfezione»... «Non solo esistono presso di me i M.M.S.S. originali ed autografi delle opere già stampate con alcune correzioni ancora sopra delle medesime, ma vi esistono pure degl'importanti inediti scritti e fra questi una storia letterario-politica del triumvirato di Cesare Crasso e Pompeo, opera la cui pubblicazione era tanto desiderata dalla maestà di Federico II»... «Con questi ed altri materiali che non esistono in altre mani che nelle mie, posso ragionevolmente impegnarmi di render migliore non solo, ma più ricca la mia edizione, nella quale saran pur meglio distribuite le materie, e sarà più esatta la correzione»: Venezia, Archivio di Stato, Riformatori dello Studio di Padova, filza 361 (la richiesta del permesso di stampa è in data 18 gennaio 1787 ed è contenuta in un foglio che reca l'approvazione dei «Riformatori» in data 24 gennaio 1787, more Veneto. Dal momento dell'approvazione, quindi, l’edizione tardò tre anni ad uscire). Oltre al tono generale della lettera, che tradisce l'intento di allettare in qualche modo il pubblico dei lettori per riceverne un beneficio tangibile, le parole che si riportano in corsivo fanno chiaramente intendere l'ingenuità del tutto lontana da preoccupazioni critiche, con cui si procedeva a una
nuova distribuzione di questi scritti. Sull'attività dell'Aglietti e il legame con la promotrice della nuova edizione può essere indicativo il brano di una lettera senza data né mittente né destinatario, ma contenente
riferimenti chiarissimi a questa vicenda editoriale: «... Io sono nipote del Co: Francesco, uno degli eredi dei suoi scritti... Il D. Francesco Aglietti, a lei ben noto, in cui non so se più brillino o le vaste cognizioni in ogni materia di scienze e di lettere o l'urbanità... l'anno scorso mi tolse agli artigli d'una morte vicina, ed io pensai subito a dimostrargli che il diritto che si ha sugli amici non dispensa da una gratitudine proporzionata al beneficio che se ne riceve», in TB.