Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/144

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130 alle porte d’italia

rivato nella notte da Torino. Il Consiglio dei Cento si dovea radunare nel refettorio del Convento dei Frati Minori di San Francesco, in via degli Orefici. I consiglieri arrivavano da ogni parte, a coppie e a drappelli, ravvolti nelle loro cappe, coi cappelloni calati sulle orecchie, pestando i piedi, brillanti di contentezza, e tutti si affollavano al loro passaggio, scoprendosi il capo e tendendo le mani. Molti contadini erano accorsi dalla campagna, sparuti e laceri, ma di buon umore, consolati dalla speranza d’un lieto avvenire. A mezzogiorno il Consiglio si trovò raccolto sotto la presidenza dei sindaci Giovanni da Prato e Giorgio Bonardi. C’erano presenti il Conte di Piossasco, rappresentante del Duca di Savoia, il luogotenente generale del Duca di Nevers, e il signor Servient, consigliere e segretario di Stato del Re di Francia. La folla che nessuna forza aveva potuto contenere, era penetrata nel refettorio, e riempiva tutti gli angoli, pigiandosi senza far rumore contro le pareti bianche dello stanzone ampio e nudo; e dietro ai vetri delle finestre, dietro alle teste dei consiglieri, nei vani delle porte, si alzavano gli uni sugli altri dei grandi cappelli d’archibugieri, dei cappucci di seta di signore, degli scapolari di frati, dei pennacchi d’ufficiali francesi, dei visi pallidi e immobili, che non avevano di vivo che gli occhi. In mezzo a un silenzio profondo furono rimesse al segretario le regie patenti suggellate del Re di Francia. Il vecchio segretario, notaio del Comune, esaminò diligentemente i suggelli, secondo le prescrizioni: le sue mani tremavano,