Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/145

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emanuele filiberto a pinerolo 131

la pergamena gli sfuggì due volte; l’adunanza pareva soffocata dalla commozione; era quasi mezzo secolo di dominazione straniera, di avvilimento, di tristezza e di miseria che stava per finire in quel punto! In fine, i suggelli furon rotti; una voce alta e tremante lesse l’atto solenne, col quale Enrico III “per la piena fiducia da Lui riposta nell’amicizia che gli dimostrava suo zio il Conte di Savoia, e per il desiderio che era in Lui di accontentarlo„ ordinava la restituzione di Pinerolo, di Savigliano e di Perosa, prosciogliendo gli ufficiali delle tre terre dal giuramento di fedeltà al Re di Francia. Un’acclamazione altissima, a cui fece eco la moltitudine dalla via, seguì le ultime parole; i consiglieri si baciarono; cento visi si rigaron di lacrime. In mezzo a un’agitazione febbrile fu firmato l’atto di restituzione al “Serenissimo Domino Emanueli Philiberto, Duci Sabaudiae, Principi Pedemontium, et principi nostro vero, naturali, optatissimo.„ Un altro altissimo evviva fece tremare l’edifizio, il Consiglio si sciolse, i consiglieri usciti nella via furono circondati, abbracciati, portati quasi dalla folla verso la piazza San Donato. Una gioia fresca e sonora, come di gente ringiovanita, si spandeva in ogni parte, ravvivata ancora da quel bel sole, da quel bel cielo terso, che pareva la promessa e il principio d’una lunga età serena e tranquilla. Ma nonostante quella gioia, che dominava ogni altro sentimento negli animi, molti, passando, si voltavano a guardare in viso una signorina grande e snella, che portava con una grazia mirabile un alto cappello conico, ornato