Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/161

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emanuele filiberto a pinerolo 147

strano, un mormorio armonioso come di voci argentine che cantassero sommessamente una musica festosa e triste ad un tempo; il suono si alzò, avvicinandosi; e un’onda di bambini, duecento ragazzi puliti e ravviati, ciascuno con una bandiera nel pugno, empirono la via, stretti e seri, biancheggianti di neve, cantando, accompagnati dalla folla con un bisbiglio lungo di parole liete e carezzevoli; e dietro a loro, come un canneto di lancie, le guardie ducali a cavallo, ferrate e gravi, coi caschi punteggiati di fiocchi bianchi, salutate dalla folla con uno scoppio di grida. Immobile come una statua, con tutto il busto fuor della ringhiera, Evelina aspettò ancora un momento, con gli occhi fissi in fondo alla via; poi diede un tremito, e trattenne un grido.

Era Lui.

In mezzo alla bianchezza della neve, sotto un alto baldacchino di seta nera, sostenuto da sei signori vestiti a bruno, e seguito da un grande corteo, — veniva innanzi lentamente — immobile sopra un enorme cavallo bianco ingualdrappato a lutto — un cavaliere pallido, bello, impassibile come un simulacro, — tutto nero dalle piume ricurve del berretto ai larghi calzoni alla fiamminga, — vestito d’un giustacuore di velluto, su cui brillava il collare dell’Annunziata, in mezzo alle rivolte d’una grande casacca oscura, che lasciava uscire l’elsa ritorta e argentata della spada; — una figura poderosa e nobile di guerriero e di pensatore, — semplice ad un tempo e magnifica, — piena di una grande maestà e d’una grande tristezza, —