Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/305

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la rocca di cavour 291

non c’è che dire. Chi capitasse là senza sapere, la crederebbe un monte artificiale, innalzato dal capriccio mostruoso d’un tiranno antico; una specie di colossale osservatorio guerresco, fabbricato per tener d’occhio tutti i feudatarii della pianura, dalle rive del Po alle rive del Sangone. Si capisce come sia stata sempre oggetto di meraviglia, cominciando da Plinio, che scrisse di non aver mai visto montem a montibus separatum nisi montem Caburri, e venendo fino a Carlo Denina, il quale la credette un masso precipitato dalle Alpi, e ad altri che la ritennero uscita tutta sola fuor dalle viscere della terra, quasi all’improvviso, come la testa d’un titano sepolto, curioso di vedere coi suoi occhi come andassero le faccende di Casa Savoia. La sua origine, con tutto questo, non ha nulla di meraviglioso: è l’estrema punta, o come suol dirsi, l’ultimo sperone del contrafforte alpino il quale scende dal monte Granero a dividere la valle del Po da quella del Pellice; sperone il quale si innalza in modo notevole rispetto alla giogaia di cui è termine (il che si vede di frequente), con questo di singolare peraltro: che appare isolato perchè la catena di rocce che lo riunisce al contrafforte delle Alpi è tutta coperta e perfettamente nascosta dai materiali d’alluvione che vi si sono accumulati in tempi antichi. Non è dunque un’avanguardia solitaria, una sentinella perduta dell’immenso esercito alpino; ma la testa d’una colonna non interrotta che fa la sua strada sotto terra. È un peccato. Sarebbe certamente più poetica se fosse ruzzolata giù dal Monviso come il masso della simi-