Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/369

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i difensori delle alpi 355

le nuvole, un ammasso prodigioso di ghiacciai, oltre i quali è il Canton dei Grigioni; e fra queste due formidabili pareti salta l’Adda giovane e sfrenata, disputando il fondo della valle alla grande strada che risale dalla pianura lombarda ai gioghi dello Stelvio, e trapassa l’intera catena. — Viva l’alta Valtellina! — s’udì gridar da ogni parte, e da un capo all’altro della piazza. — Viva la madre delle valli! — gridò il Rogelli. — Qui ci sono i figliuoli di quei temerari tiratori bormiesi che condussero per il passo della Reit la colonna dello Zambelli a sorprender la compagnia austriaca nel fortissimo sito dei Bagni vecchi. C’è dei giovani della gola del Ponte del diavolo che hanno visto da fanciulli fuggir gli austriaci sotto le fucilate delle guardie nazionali del Guicciardi. — E voi non v’entusiasmate? — domandai all’agronomo. Questi rispose che non conosceva i vini della valle. Ma ammirava l’aspetto guerresco dei soldati: carnagioni più sanguigne, occhi e capelli più chiari di quelli del battaglione della valle bassa, visi ossuti e gravi, su cui pareva improntata l’austerità selvaggia dei loro luoghi nativi. Erano vigorosi montanari del bel bacino di Sondrio e delle valli solinghe del Livrio e di Venina, giovani nati nella spaurevole bellezza di Val Malenco e alle falde del monte delle Disgrazie; figli della turrita Bormio, triste della sua gloria caduta; cresciuti in quel labirinto di valli, di balze, di gole, d’abissi, gioia e disperazione degli alpinisti, che si stende e s’inalza intorno a Bormio fino al gruppo dei giganti dal capo eternamente candido, a cui impera l’Ortler