| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| — 192 — |
Ne fu un dire infinito tra i diplomatici d’allora, quanto fra i moderni pei forti di Sulina o di Berim; ma il Fuentes continuò, sapendo quanto vale la teoria dei fatti compiuti. E presto venne occasione di servirsene, allorchè si ruppe guerra in conseguenza del macello de’ Protestanti, fatto dai Valtellinesi, e attorno a quel forte e alla riva di Chiavenna accaddero fazioni sanguinosissime.
Dopo d’allora il forte restò sempre munito da un tenue presidio, e tornò a figurare nella breve invasione dei Franco-Ispani nel 1741 quando il generale Villafuerta lo bloccò; ma il maggiore Pietro Paolo Paravicino, comasco, da Coira sopraggiunse con 300 austriaci, e col favor della nebbia penetratovi, resistette per tre mesi. Venuto il tempo che più non si credeva all’utilità dei forti staccati, Giuseppe II lo vendette all’ultimo castellano colonello Schröder che lo piantò interamente a gelsi.
Nel trattato dei Grigioni colla Lombardia nel 1763, questa cedette loro il laghetto di Mezzola e i campi Mariani e Ceciliani, voci di cui nessun conosce l’origine, nè mai altrove usate. Di essi si parlò in tutta Europa nel 1793, quando la Francia, costituitasi a repubblica, spedì alla corte ottomana ambasciatore il generale Semonville, e a Napoli il generale Maret col maresciallo di campo Menzerout. Per la terra dei Grigioni venuti a Chiavenna, intendevano traversar la Valtellina, passare sul Veneto, e di là alla loro destinazione, schivando le terre austriache. Ma fermatisi la notte a Novato, furono sorpresi da alcuni ussari austriaci, che li condussero prigioni a Mantova. Gridossi allora violato il diritto delle genti, e Bonaparte vincitore chiese 400,000 franchi per l’indennità degli arrestati.
Allora i Francesi repubblicani aveano invaso la Lombardia; e poichè, in tempi di rivoluzione, ognuno vuol fare qualche cosa, e, chi non sa altro, fa proclami e mozioni, i Giacobini di Como declamarono contro il forte di Fuentes, ch’era un obbrobrio il lasciare quell’avanzo della tirannide antica; sicchè il general Rambaud pose in barca un dugento soldati, che a bandiera spiegala e cantando il Çaìra, presero a demolirlo, senz’altro resistenza che delle saldissime mura. Il fatto nelle storie venne menzionato come una grande impresa, ed è notata fino dagli storici da Pagès e Thiers.
Torri mozze, cortine sfasciale, troniere e casematte squarciate, l’intera caserma scoperta e smurata, la vôlta della chiesa precipitata formano adesso di quel luogo uno de’ più pittoreschi della Valtellina, e quelle case scoverchiate e quelle muraglie lacere ci fanno risovvenire Pompei. Di mezzo alle quali l’occhio abbraccia il pelago delle Tre Pievi, e via sino a Bellagio; e insù la petrosa vai Codera, il letto della Nera e buon tratto della Valtellina col corso dell’Adda. Convien credere che ben pochi ci vadano, poichè non v’è sentiero a salirvi, se non traverso ai bronchi e allo sfasciume delle pietre, asilo prediletto delle vipere.
Come raggio di fortezza prescriveasi che pel Pian di Colico e di Spagna non fossero piante, nè seminati. Ciò peggiorò l’aria, e i gas deleterii estendendosi alle circostanze, salirono anche alle alture; onde ne soffersero e Colico e Piantedo e Dubino e Gera e Sorico, borgata un tempo fiorente, come appar dalle case e dalle ville che i Giulini vi possedevano. Gli abitanti di queste terre, all’estate, migravano sui monti per evitare le febbri; ma la poveraglia rimaneva nel Piano per custodire le mandre, che vi godeano il pascolo libero. E mentre nelle maremme toscane la vita media tocca ai 22 anni, qui non durava che 19.
Quella grande spianata, di circa 40,000 pertiche, incolta e malsana, dove covano le acque in fondi limacciosi, da cui non si elevano che carici, alghe, equiseti ed altre erbe palustri, folte in qualche luogo a segno, da far credere terra ferma quel ch’è pozzanghera cedevole, doveva eccitar compassione alla filantropia del secolo passato, il quale dubitando della