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Passò l’estate e venne l’autunno; il rosaio continuò a dar rose, sin che cadde la neve ed il tempo si fece umido e freddo; e allora il rosaio si chinò al suolo: la chiocciola si ficcò sotterra.
Poi cominciò un anno nuovo, e le rose tornarono a sbocciare e tornò fuori anche la chiocciola.
«Ora, tu sei un vecchio rosaio,» — disse la chiocciola: «Devi sbrigarti e finirla, poi che hai dato al mondo tutto quello che avevi in te: se sia servito a qualche cosa, è questione ch’io non ho avuto tempo di meditare; ma questo intanto è chiaro e limpido: che tu non hai fatto niente di niente per migliorare te stesso: se no, avresti dato qualche cos’altro. Che puoi rispondere a questo? Tra poco sarai ridotto un pezzo di legno secco. Capisci quel che ti dico?»
«Mi fai paura!» — rispose il rosaio. «Non ci avevo pensato mai.»
«No, davvero; tu non ti sei affaticato di certo a pensare. Ti sei nemmeno domandato perchè fiorisci e come avviene la tua fioritura? Perchè le cose vanno così e non altrimenti?»
«No,» — disse il rosaio. «Io ho fiorito nella gioia perchè non potevo altrimenti. Il sole era così caldo, l’aria così fresca... Bevevo le pure gocciole di rugiada e la forte pioggia violenta: respiravo, vivevo! Fuor della terra, sor-
un Poeta nostro. Anche Giovanni Pascoli racconta la storia di due fuchi, e la intitola «Le pene del Poeta»:
Due fuchi udii ronzare sotto un moro.
Fanno queste api quel lor miele (il primo
diceva) e niente più: beate loro.
E l’altro: E poi fa afa: troppo timo!
(Myricae, Livorno, 1900, pag. 63).