Pagina:Andrea da Barberino - Guerino detto il Meschino, 1841.djvu/316

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238 guerino.


Giunti al palagio entrarono in una camera molto ricca, che mai non ne aveva veduta una più bella, se le cose non fossero state false. Disse il Meschino: — Ci ponemmo a sedere a lato il letto». Le damigelle si partirono e serrarono la porta della camera. Il Meschino abbassò gli occhi in terra, e gli tornarono a mente le parole dei tre romiti, e dentro alla sua mente disse tre volte: «Gesù Cristo Nazareno, fammi salvo!» E subito s’accorse dell’inganno che faceva a sè stesso, poichè di vermiglio colore venne, e tutto pallido e smarrito drizzossi in piedi, e andò all’uscio, e quello aperse, e così uscì fuori1. La Fata

  1. Guerino ha vinti o superati ostacoli infiniti contro uomini e bestie, e finalmente dopo mille riportate vittorie, e mille trionfi acquistati colla ragione del più forte sul debole, filosofia de’ tempi oscuri della cavalleria, lo vedi pieno di religione avviarsi ad Arrezio di Calabria verso il monte della Sibilla, malgrado le ammonizioni di alcuni santi eremiti che gli dipinsero i pericoli che avrebbe egli perciò dovuto superare.

         Ma quel d’onde ritrar non vi potreste
    In modo alcun, se dentro vi cascaste,
    Però che con lascivie disoneste
    S’impegneran di far, che seco usaste;
    Ha forza tanta quest’oscura peste,
    Che s’in lussuria con lor vi lasciaste
    Cader, sareste legato in eterno
    Dopo tal luogo giù nel cieco inferno.
                             Tullia d’Aragona, Canto XXIV.

    Ringrazia Guerino i romiti de’ loro consigli, e penetra nullameno dentro le bocche delle caverne ove abita la Sibilla con delle candele accese. Passa sul dorso dell’empio Malco, o Macco, cangiato in serpente, ed arriva alla porta del regno sibillino, la quale è di metallo figurata tutta a demonii. Tre belle e gentili damigelle gli vengono ad aprire, le quali lo conducono in un giardino amenissimo, dove incontra la Fata, che è una donna la quale rifulge sopra tutte le altre in bellezza e maestà. La Sibilla lo prende per mano, e con isguardi lascivi comincia a parlargli d’amore, e quindi lo conduce nel suo palazzo in mezzo ad altre damigelle che suonavano e cantavano cose d’amore. Furono lasciati soli in una camera. Il Meschino pensando alle parole dei romiti, si fa di colore vermiglio, mentre la Sibilla comincia a vezzeggiarlo. Il Guerino era già per cadere nelle tesegli insidie, ma ricordando le parole de’ romiti esce fuori della camera. Ora vedremo la Fata tentare un nuovo colpo di seduzione. Alla sera dopo una cena squisita e sontuosa data a Guerino, lo conduce solo in una camera. Lo fa mettere a letto e se gli corica vicino. — Dopo tutta questa descrizione, che specialmente ricorda le poetiche descrizioni dell’Ariosto e del Tasso ne’ loro incantamenti, Tullia d’Aragona, la quale nel suo poema del Meschino ricordò pure questo fatto, tranne il solo cangiamento de’ nomi, parlandoci essa della Sibilla di Cuma invece della fata Alcina, ci viene nel Canto XXV del suo poema, toccando ogni particolare di questo abboccamento della Sibilla, per farci comprendere a quale rischio il Meschino era esposto, e da cui non sarebbe certamente uscito salvo, se non avesse subito ricorso al santo nome di Cristo.