Pagina:Annalena Bilsini.djvu/37

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Due anni passò in casa nostra; non apprendeva a lavorare, ma non stava mai ferma: a volte spariva per giornate intere e nessuno riusciva a sapere dove andasse. I capelli le erano cresciuti, ricci e crespi; urlava, quando la mamma glieli pettinava, poi scappava nei campi come le avessero fatto una grave offesa. Un giorno si spogliò tutta e si buttò nel fosso, diguazzandovisi con le anatre. La mamma diceva che le mancava qualche vite dal cervello; però cominciò ad impressionarsi anche lei quando un giorno si accorse che le uova diminuivano straordinariamente dalla cesta dove le galline le facevano. Dapprima fui incolpato io. Io? Porco diavolo, — imprecò lo zio Dionisio ancora offeso dal ricordo; — io che non avrei dato tale dispiacere alla mamma neppure se la fame mi ci avesse costretto. Allora mi nascosi nel pagliaio e vidi che era proprio lei, Betta la zingara, a fare la bella sottrazione. Eppure ella negò, recisamente, anzi mi accusò di calunniarla e minacciò di scappare. Poi mi accorsi di un’altra bella faccenda. Quando gli zii e la mamma erano nel campo a lavorare, ella forniva il nonno di vino; a volte riusciva a prenderlo in cantina, a volte andava a comprarglielo: ecco perchè lui la preferiva.