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131 ANNALI D'ITALIA, ANNO XL. 132

del suo ritorno, succeduto nell’anno seguente.


Anno di Cristo XL. Indizione XIII.
Pietro Apostolo papa 12
Cajo Caligola imperadore 4.


Consoli


Cajo Cesare Caligola Augusto per la terza volta.


Solo fu console ad aprir l’anno Cajo Caligola, non già perchè egli non avesse nominato il collega; ma perchè, come abbiamo da Svetonio e da Dione1, il console designato morì nell’ultimo dì del precedente anno, nè vi restò tempo da provvedere. Si ritrovarono imbrogliati i senatori per non esservi in Roma capo alcuno del senato, nè si attentavano i pretori a convocare esso senato, benchè loro appartenesse tale officio nell’assenza e mancanza de’ consoli. Contuttociò da loro stessi salirono nelle calende di gennajo al Campidoglio, e quivi fecero i sacrifizii; posta anche la sedia di Caligola nel tempio, l’adorarono; e, come s’egli fosse stato presente, gli fecero l’offerta dei doni che in testimonianza del loro amore avea introdotto Augusto. Tiberio poi la dismise, e Caligola per avarizia la rinnovò. Null’altro osarono di fare in quel dì i senatori, se non di caricar di lodi l’imperadore, e di augurargli delle immense prosperità. Si contennero anche nei dì seguenti, finchè arrivò l’avviso, che Caligola giunto a Lione avea dimesso il consolato nel dì 12 di gennajo. Allora entrarono nella dignità i due consoli sostituiti. Dione li lasciò nella penna. Secondo le conghietture d’alcuni eruditi questi furono Lucio Gellio Poblicola e Marco Coccejo Nerva; ma non è cosa esente da dubbii; e molto meno che nelle calende di luglio fossero sostituiti Sesto Giulio Celere e Sesto Nonio Quintiliano, come altri han creduto. In Lione, siccome accennai, si ritrovò Caligola nelle [p. 132]calende di gennajo2, e probabilmente allora per onorare il suo consolato, celebrò quivi gli spettacoli mentovati da Svetonio e da Dione. Furono vari, ma non vi mancò quella della gara nell’eloquenza greca e latina, giuoco solito a farsi in quella città alla statua d’Augusto. Chi era vinto pagava il premio ai vincitori, ed era tenuto a fare un componimento in lor lode. Coloro poi, che in vece di piacere dispiacevano, doveano colla lingua, o con una spugna cancellare il loro scritto, se pur non eleggevano d’essere sferzati dai discepoli, ovvero tuffati nel fiume vicino. Era tuttavia Cajo in Lione, quando arrivò colà chiamato da lui Tolomeo re, figliuolo di Giuba già re delle due Mauritanie, e suo cugino. Fu onorevolmente ricevuto. Ma o sia ch’egli entrato nel teatro per ragione del grande sfarzo recasse gelosia al luminare maggiore, o pure che Cajo, informato delle molte di lui ricchezze, le volesse far sue: fuor di dubbio è, che il mandò in esilio, e poscia (forse nel cammino) con somma perfidia il fece ammazzare: iniquità, per cui i suoi sudditi si ribellarono dipoi al romano imperio. Anche Mitridate re dell’Armenia in altro tempo fu da lui mandato in esilio, ma non ucciso. Poscia, prima di ritornare in Italia, volle Caligola coronar tante sue gloriose imprese con un’azione magnifica3. Sul lido dell’Oceano per ordine suo andò tutto il suo esercito ad accamparsi con gran copia di macchine e d’attrezzi militari, ed egli imbarcatosi in una galea, per mare arrivò colà. Ognun si aspettava che egli pensasse portar la guerra nella Bretagna: e forse ne avea formato il disegno: quand’ecco smontato egli di nave, salì sopra un alto trono, fece ordinare in battaglia tutte le schiere, e sonar le trombe, dare il segno della zuffa, come se fosse vicino un gran combattimento, senza vedersi intanto nemico

  1. Sueton. in Cajo, cap. 17. Dio., lib. 59.
  2. Sueton. in Cajo, cap. 20.
  3. Dio. lib. 59. Sueton. cap. 46. Aurelius Victor de Caesarib.