Pagina:Apollonio Rodio - Gli Argonauti, Le Monnier, 1873.djvu/174

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148 argonautica.

     Sauròmati far domi, o che tu brami
     Altre genti al tuo scettro aver soggette.
525Così molcendo ei lo venìa con suono
     Dolce di voce; e di quel re nel petto
     L’animo ondeggia in due pensier diviso,
     O slanciarsi su quelli e improvveduti
     Trarneli a morte, o della possa loro
     530Far prova. E questo, ponderando, il meglio
     Parvegli, e tosto a’ detti suoi rispose:
     Straniero, a che di tutte cose a lungo
     Conto mi dài? Se degli dei voi siete
     Veramente progenie, o in qualsia modo
     535Non di me inferïori a terre estranee
     Venuti siete, io l’aureo Vello in dono
     Ad asportar ti cederò, se il vuoi,
     Poi che di te fatto avrò prova. A’ buoni
     Non avverso son io quale voi dite
     540Quello in Grecia regnante. E fia la prova
     Un di forza cimento e di valore,
     Che, terribil quantunque, io col mio braccio
     Vincer pur soglio. A me nel pian di Marte
     Pascon due tori che di bronzo han l’ugna,
     545Spiran fiamma le bocche. Al giogo avvinti
     Io li spingo ad arar quel duro campo
     Ch’è di quattro misure, e, tutto arato,
     Non di Cerere i semi entro que’ solchi
     Spargo, ma i denti di un orribil drago,
     550D’onde altrettanti poi sorgono corpi
     D’uomini armati, che di guerra assalto