Pagina:Apollonio Rodio - Gli Argonauti, Le Monnier, 1873.djvu/217

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libro iii. 191

     Tolse i tori, e a fuggir per la campagna
     Li cacciò spaventati; ed ei veggendo
     Di terrigeni ancora i solchi vuoti,
     Fe’ ritorno alla nave. I suoi compagni
     1755Il rinfrancan co’ detti: alle correnti
     Ei del fiume attingendo entro l’elmetto,
     Spense la sete, e gli agili ginocchi
     A riposo piegò; ma la grand’anima
     Rinfocolava di guerresco ardore,
     1760Simigliante a cinghial che arrota i denti
     Incontro a’ cacciatori, e d’ira caldo
     Molla schiuma dal grifo a terra sparge.
     Ma già pullulan su per ogni parte
     Di quel campo i giganti, ed al rilampo
     1765De’ metallici scudi e delle acute
     Aste ferrate e de’ lucenti elmetti
     Brillava orribilmente la campagna
     Del mortifero Marte, e dalla terra
     All’alto Olimpo ne salìa per l’aere
     1770Sfavillante splendore. E qual se dopo
     Molta neve fioccata insù ’l terreno
     Aure serene nella notte oscura
     Spazzan via l’atre nubi, una infinita
     Moltitudin di stelle appar nel cielo
     1775Sfolgoreggianti, uscian così dal suolo
     Quelle turbe lucenti. Allor Giasone
     Dell’accorta Medea gli utili avvisi
     Arricordossi, e diè di piglio a un grande,
     Che su ’l campo giacea, ritondo sasso,