Pagina:Arabella.djvu/183

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 177 —

— Lei dice bene, sor prevosto: che Dio lo benedica per i suoi morti.

— Lo conosco da un pezzo il babbuino: oggi gli giova di far l’indiano per non pagare dazio. Volete che non se ne ricordi? prova un poco ad alzare gli occhi, aperti ve’, a questo Signore in croce e torna a ripetere: — Non me ne ricordo. — Sostieni che il sor Tognino non è venuto quella notte, verso le due; di’: non è vero, Signor Gesù Cristo, che io ho fatto lume al padrone mentre egli cercava una carta... Ah! tu vorresti scappare, adesso.

Don Giosuè afferrò il portinaio per un braccio e cominciò a scrollarlo, come se cercasse di svegliare uno dei sette dormienti.

— Non so niente, dico... — gridò piagnucolando il poveretto con voce più scossa e indebolita.

Come diavolo il prete aveva saputo questi particolari? eran voci corse, c’eran dei testimoni, oppure era una trappola per farlo cascare? Fra i due giudici il più pericoloso non era, come si potrebbe credere, quel che pareva il più terribile, quello cioè che gridava di più, che lo minacciava, che l’irritava colla sua voce rauca, col suo dito lungo, magro, color tabacco. La forza non è sempre nella forza. Ciò che lo avviliva maggiormente, che gli toglieva l’animo di resistere e di spergiurare, che lo disarmava in quel contrasto, era la presenza bonaria e paterna di don Felice, la voce buona, carezzevole di questo buon vecchio tremolante, che mentre accaloravasi a proteggerlo, rimescolava tutte le forze morali della resistenza.

— Senti, caro Pietro — riprese la voce paterna e insinuante del prevosto — capirai benissimo che qui

E. De Marchi - Arabella. 12