Pagina:Arabella.djvu/221

Da Wikisource.

— 215 —

miei nemici... — soggiunse il vecchio, agitando furiosamente il suo paio di guanti.

— Di ciò parleremo un’altra volta, se le piacerà. Ora si tratta di quel povero vecchio...

— Di quel povero vecchio... — ripetè con grossa ironia, ridendo grosso sulle sue parole. — Già, già: di quel povero vecchio... e anche un po’ di quel povero giovine... — e nel sorriso sarcastico guizzò una passione oscura, che, o egli chiamò a difesa de’ suoi interessi, o essa tirò lui a dir di più del giusto. Mal chiamata o mal trattenuta, questa passione, quasi ignota al suo stesso padrone, entrò in mezzo a spaventarli entrambi.

Arabella scattò dal suo posto e venne a piantarsi davanti al suo accusatore. Che voleva dire il signor Maccagno? era a lei, o a una delle solite donne di sua conoscenza, che il vecchio Maccagno osava rivolgere una frase, che nella sua ironia lasciava trasparire un pensiero vile, un’accusa villana?

Credette di poter rispondere anche lei un mare di aspre parole: ma non potè dirne una. Il viso divenne duro, quasi superbo. Gli occhi gli si impicciolirono in una luce fuggente di supremo disprezzo, portò la mano alla bocca per chiudere la via a una volgarità, che la sua dignità non le permise di dire. Non la disse, ma la fece vedere con un moto altero della testa, che riassumeva tacitamente tutta la ripugnanza che suscitava in lei l’oltraggio dell’umana vigliaccheria. Quando finalmente quel tumulto di sensazioni fu alquanto sedato, volgendosi per uscire, giunta sulla soglia, si fermò e come se parlasse a due persone, che sentiva associate nel suo disprezzo, alzata la testa, disse con voce lenta e irritata: