Pagina:Arabella.djvu/327

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losia che lo istigava, Lorenzo, più stordito che umiliato, venne sotto la pioggia di via in viuzza fino al crocicchio che la via dei Ratti fa, o faceva, con quella degli Armorari. Ve lo aveva condotto in mezzo all’oscurità e all’incertezza della volontà un pensiero meno buio degli altri, che si confondeva quasi coll’istinto di una vecchia abitudine.

Quando fu sulla piazzetta, infilò una porticina, mezza nascosta da un assito di fabbrica, salì al lume d’uno zolfanello di cera una sconnessa scaluccia, dagli scalini rosicchiati dal tempo, picchiò col pomo del bastoncino in un uscio, sul primo pianerottolo, e mentre il buio lo avviluppava da ogni parte, stette e sentire se qualcuno rispondeva dal di dentro. Dopo un poco di tempo rispose un sordo brontolìo accompagnato da uno strascico di pianelle fruste. Di sotto alla fessura dell’uscio scaturì un filo di luce rossiccia, che si dilatò nel guazzo del sucido pianerottolo, mentre una voce che aveva dello spaventato, dimandava di dentro:

— Chi è?

— Sono io.

— Io, chi?

— Lorenzo.

— Che Lorenzo?

— Il Bomba.

— A quest’ora? — esclamò il Botola, aprendo e introducendo il figliuolo del suo miglior amico.

Il vecchio pignoratario s’era già messo in arnese di confidenza, con una zimarrona indosso, a fiorami gialli, filettata di nastro rosso e in testa un fazzoletto di nessun colore, raggirato come un turbante, sotto il quale la sua faccia piena d’infossature e

E. De Marchi - Arabella. 21