Pagina:Archivio storico italiano, VIII, 4, 1858.djvu/72

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72 storia

lì, Vinc. Cannizzaro, il Generale Agamennone Spanò, Gius. Logoteta, ed il P. Gesualdo1.

Se non che questa cultura fu, direbbesi, di sgobbo e mezzo arcadica, e non potè dare copiosissimi frutti; perocchè mancasse quella ch’è condizione necessaria d’ogni letterario progresso, la quiete. Nè la quiete venne, anzi più turbata seguì per gli effetti de’ rivolgimenti di Francia. Erano questi, come in tutto il Regno, così in Reggio, variamente appresi; e producendo, conforme l’animo degli emuli abitatori, opinioni differenti, spaventavano i retrivi, i cortigiani, i bizzochi, concitavano gli audaci e i novatori, rallegravano i buoni e gli amanti di patria. Tutti però incerti de’ futuri eventi, e da’ berrovieri del Governatore vigilati, non fiatavano, non prorompevano; ma gli odii municipali mescolandosi alle passioni politiche, non andò guari che gli umori si rinciprignirono.

Fu del male prima cagione un de’ Musitani (Pietro); il quale, denunziando di massoneria molti spettabili cittadini2, ammannì il prologo di quegli anni dolenti che, cominciati col carcere, doveano indi a poco finire co’ patiboli3. Fecero il resto un frate Barbuto e un Domenico Bilia, i quali, con nuove denunzie nuovi sospetti generando, furono causa che il dramma più s’intrigasse, gli animi più si accendessero, e le persecuzioni meno quietassero4.

Convenivano la sera nelle case di Carlo Plutino una brigata de’ più generosi della città, fra i quali Diego Spanò, Giacomo Prato, Domenico Suppa, Marcello Laboccetta, Giuseppe Plutino, Francesco e Vincenzo Trapani, Bernardo Gatto, Giuseppe Battaglia, Giuseppe Morabito, Anton Maria Genoese, Can. Demetrio Nava, Domenico Pontari, Gius. Maria Piconiero, Giuseppe Capialbi, Giuseppe Logoteta, Paolo Minardi, Federico Bosurgi, Girolamo Politi, Francesco Caracciolo, ed altri5. Era lor delitto amare la libertà e

  1. Ivi, cap. 5, g. 6. — Vedi Tav. illustr. e cronol. Tav. III.
  2. Ivi, cap. 4, §. 7, 8.
  3. Si allude a Giuseppe Logoteta di Reggio, rappresentante del popolo, che nel 1799 fu messo a morte assieme a Pagano, Cirillo, Ruffo, Ciaia, Baffi ed altri insigni di quell’età. — Vedi Colletta, Storia del Reame di Napoli. lib. V, cap. 1, §. 5, 6.
  4. Ivi, cap.5, §. 5.
  5. Ivi, cap.5, §. 5.