Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870).djvu/489

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società ligure di storia patria 195

buire i meriti dello intaglio e della complessiva disposizione del Capitolo; pensando che fossero al tutto dipendenti da lui que’ pavesi Andrea ed Elia de’ Rocchi, esecutori della maggior parte delle opere di tarsia. Credeva che altri maestri di commesso avessero pur mano nei lavori accessorii delle sganzelle; e forse un Giuliano da Pisa, da lui scoperto siccome autore di un armadio destinato a rinchiudere gli statuti ed i privilegi del Comune Savonese.

Alle notizie del Fornari l’Autore facea succedere quelle di Gian Michele de’ Pantaleoni compaesano (verisimilmente discepolo) e continuatore dell’opera di Anselmo; e diceva come nel 1521 gli fossero ordinati tre nuovi quadri, quelli probabilmente che paiono principali fra gli altri, e che mostrano l’effigie di papa Sisto IV e di Giulio.

Continuando poi la sua trattazione colla storia del Coro nella Cattedrale di Genova, il cav. Alizeri lo riconoscea privo di quella unità che gli parve si pregevole nel Capitolo di Savona; e notava come per le tarsìe qui tornino in campo il Fornari e un de’ Rocchi, l’Elia. Ma il primo, che era incaricato di tutta l’opera, avendola disertata nel 1520, non lanciando che diciassette sganzelle, fu scelto a continuarla, sei anni appresso, il Pantaleoni; il quale però ai patti stretti coi Padri del Comune tenne brevissima fede. Rimanevano allora di bel nuovo sospesi i lavori delle tarsìe (proseguendosi invece quelli degli intagli da Giovanni Piccardo maestro eccellentissimo); e ripigliavansi poi del 1540, avendone tolto l’incarico il valente frate Damiano da Bergamo in unione al suo conterraneo e forse congiunto Giovanni Francesco Zambelli.

Deplorati quindi i molti danni patiti dal Capitolo nei secoli addietro, l’Autore cercava quali fra le storie di commesso e quali fra gli intagli decorativi si dovessero attribuire ai diversi maestri; nel che attenevasi così a’ documenti come al raffronto de’ singoli postergali con quelli del Coro Savonese. Finchè, dopo un rapido cenno dei restauri testò eseguiti per liberal provvidenza del Municipio e per le cure indefesse del socio comm. Varni, concludeva notando alcuni particolari attinenti a quel Gian Giacomo genovese, che nel secolo XV fe’ nel Coro del Duomo piacentino bellissime prove di commesso e d’intaglio.

Per ultimo il socio comm. Merli, al quale negli anni addietro era stata affidata l’Illustrazione del Palazzo D’Oria a Fassolo, facendo relazione delle ricerche da lui istituite a questo proposito, leggeva la Storia dei possessi dorieschi in quella regione, avvertendo come si estendessero ad una località denominata Paradiso, e constassero di più case e terreni già de’ Lomellini. Quivi appunto, spianate le antiche abitazioni, Andrea D’Oria facea costruire la propria sontuosa dimora; e però il riferente mostrava, insieme