Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/246

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242 delle antiche relazioni

memoria della crudele sua fine era ricordata ai posteri dalla più bella tela di Tiziano nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo in Venezia dove fortuitamente rimase abbruciata la notte fra il 15 ed il 16 d’agosto 1867.

E questa leggenda, non mi è parsa da tacere poiché senza tener conto del romore che allora facevano questi creduti prodigi, e della commozione che destavano nel popolo, si può giudicar bene di questi tempi, nei quali neppure il sommo studio di religione bastava a lenire la costanza e fierezza degli animi nei civili contrasti.

III. E coi ghibellini che tenevano Ravenna, i Veneziani strinsero nel 1251 una concordia (che fu la seconda a regolare le cose ravennati) nella quale fu stabilito che il podestà, i rettori, il Comune, i cittadini di Ravenna non introdurrebbero, ne permetterebbero che chicchessia per qualunque mezzo, per qualunque pretesto o qualunque via, introducesse in Ravenna sale da Cervia o da altra parte per un anno intero. Che il sale che attualmente si trovava nella città e nel distretto di Ravenna, non potesse in verun modo esser venduto, tranne nell’interno del distretto pel consumo degli abitanti. Che chiunque fosse trovato con un carico di sale proveniente da Cervia o d’altra parte, mentre traversava il territorio di Ravenna, avrebbe perduto il sale, il carro ed i bovi, e se fosse incontrato per acqua, avrebbe perduto il sale e la nave. In ambo i casi sarebbe multato di IO lire ravennati per ogni centinaio di sale. Se non le pagasse, verrebbe condotto e ritenuto nelle carceri del Comune di Ravenna. Se il contravventore non fosse preso, sarebbe bandito in perpetuo, ed il Comune entrerebbe in possesso dei suoi beni.

Il doge ed il Comune di Venezia si riserberebbero il diritto di tenere uno o più nuncii o procuratori in Ravenna per vegliare alla esecuzione di questi patti ed all’adempimento degli obblighi assunti dal podestà e dal Comune di Ravcnua verso quello di Venezia.