Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/271

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rassegna bibliografica 267

ora per la prima volta pubblicato (I, 20), dove Carlo riconosce questi debiti della chiesa essere fatti a benefizio suo, comecché nella lettera apostolica non se ne faccia menzione: e promette di liberare da ogni obbligazione i beni delle chiese e dei monasteri che furono a ciò impegnati; e di questa promessa offre in cauzione ogni suo provento e possedimento, non che la decima che gli spetta sui redditi ecclesiastici di Francia. Così provvedevasi giorno per giorno alle necessità dall’erario, e fra mezzo a pericoli e ad angustie d’ogni maniera tiravasi innanzi l’impresa.

Manfredi intanto apparecchiavasi alla resistenza, presentendo forse la sua fine, ma desideroso di salvare l’onore delle armi, e di morire da prode cavaliere e da re. Un documento del marzo 1207, ora primamente edito, (II, 1) ci dà conto delle spese fatte dalla camera di re Manfredi, per la difesa del Regno contro l’invasione dei Francesi. Vi si fa ricordo dell’acquisto di panni e di pelli per vestimento dei soldati; di 14,508 saette per gli archi; di cappelli di ferro, ed elmi con visiere; di 1081 nervi di bovi e di vacche, mandati ai Saracini di Lucerà; d’armi e munizioni mandate al conte di Caserta a San Germano (e di questo se ne riparlerà più sotto); finalmente, di 9038 sacca di grano, 10,288 barili di vino, 246 some d’orzo, e biscotto e altre munizioni, per approvvigionamento di castelli e luoghi fortificati. In pari tempo, Manfredi tenevasi in comunicazione colla parte ghibellina di Toscana, e al conte Guido Novello, suo vicario generale in questa provincia, scriveva di muovere con ogni suo sforzo verso Roma, dove il conte di Provenza, velili avis in cavea, è rinchiuso, e di darne avviso a lui, Manfredi; che egli dal canto suo vi anderà a grandi giornate, per averne piena vittoria1. Il quale progetto, se fosse riuscito, avrebbe alcun poco ritardato la rovina delle armi di Manfredi; ma la rovina, prima o poi, era inevitabile: che la chiesa facevagli una guerra incessante, e, a quei tempi, efficace più d’ogni altra; la guerra delle scomuniche e delle crociate. Clemente IV, con lettera dell’11 di luglio 1205 (I, 6*), aveva

  1. Acta Imperii selecta, raccolti dal Böhmer, pubbl. dal Ficker, pag. 684. Documento del 7 giugno 1265.