Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/279

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rassegna bibliografica 275

ordinate da re Carlo, troviamo la sovvenzione o colletta generale, alla quale si riferisce una sua lettera del 7 dicembre 1266, che ordina a tutti i baroni, baiuli, giudici, maestri e università del Regno, di coadiuvare efficacemente Roberto di Bar, regio protonotaro, nella riscossione di detta imposta (I, 66). Troviamo pure documenti di nuovi mutui contratti dal re in Francia e in Italia, obbligando ai creditori la decima sulle rendite ecclesiastiche di Francia e i beni della corona (I, 61, 70:11, 32, 34, 37, 69; e note ai medesimi). Il papa si lamentò aspramente della colletta generale, imposta ai popoli delle Sicilie senza il consentimento dei baroni e delle città del Regno (I, 92*); e rinnovò le sue lamentanze, quando già i fautori di Corradino erano sbarcati in Sicilia, predicendo a re Carlo disgrazia, se non si conciliasse l’amore dei popoli (II, 13*): le quali lettere dimostrano quale fosse l’animo di papa Clemente verso il re. Egli aveva voluta ed efficacemente aiutata, per utilità della chiesa, la conquista delle due Sicilie; ma, compiuta questa, s’adoperò con pari zelo a far sì che il campione della chiesa si mantenesse nei limiti impostigli dalla bolla d’investitura, e a salvare, per quanto potè, gl’interessi e i diritti dei popoli del Regno, abbandonati senza difesa in balìa del nuovo padrone. Tali sforzi rivelano in papa Clemente l’animo buono e retto, quale in verità egli ebbe, sempre che non fosse sopraffatto da quel suo pertinace zelo della grandezza temporale della chiesa; ma furono vani; e se pur poterono recare al popolo oppresso alcun benefìzio particolare e fugace, non valsero mai a compensare il maggior danno, che il papa stesso gli aveva apparecchiato, ponendogli sul collo una monarchia straniera.

Ma, con tutto ciò, la forza morale dell’idea guelfa, ch’era allora in Italia il più legittimo e accettato simbolo d’indipendenza e di nazionalità, rassicurò il trono dell’Angioino, nonostante le tante difficoltà tra le quali aveva pericolato

    scuotere dal comune di Roma salem et alla bona nostra que in discessu nostro de Urbe remanserunt ibidem, et que detinet dictum comune (I, 75) – 1266, dicembre 23. Il re fa incamerare i castelli e beni del conte di Molise ed Alba, debitore di diecimila once d’oro alla camera regia (I, 79).