Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/416

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410 delle antiche relazioni

che erano stati i patiti dagli uomini dei suoi tempi o dai loro padri: anche le paurose immagini dell’inferno egli trasse al dire d’alcuno dalla memoria ancora vivissima delle carceri di Ezzelino. Delle quali qui non farò cenno, nò descriverò le famose torri Zilie dove i vivi erano stipati insieme ai moribondi ed ai morti, e che, come il toro di Falaride, risuonarono la prima volta delle disperate strida dal loro artefice.

Per questo forse Dante pone Ezzelino insieme a quel

Dionisio fero
Che fè Cicilia aver dolorosi anni.

Ma di Ezzelino appena fa cenno: un centauro gli mostra gente tuffata nel sangue bollente sino alle ciglia, e dice:

Ei son tiranni
Che dier nel sangue e nell’aver di piglio.
E quella fronte ch’ha il pel così nero
È Azzolino.

[Dell’indole e di alcuni casi dell’arcivescovo Filippo.]

II. Che se Ezzelino ha il primato fra i tiranni, l’arcivescovo Filippo mandato ad atterrarne l’orgoglio, è il più cospicuo fra que’ cherici della età di mezzo, che destri ed astuti s’intromettevano nelle faccende politiche, facevansi guerrieri quando era d’uopo, e dimentichi delle cose ecclesiastiche miravano di continuo a levare se ed i suoi in altezza di stato. Molti particolari sopra di lui si ritrovano nella cronaca di frate Salimbene suo familiare, il quale lo dipinge come uomo di umor vario e capriccioso, ora melanconico, ora iracondo e così affamato dell’oro che non era cosa che da lui non si potesse ottener per danaro. - Ne a dire questo egli sembra mosso da odio, confessando invece che Filippo era sempre stato cortese e liberale seco e che aveva in grande amore lutto l’ordine dei francescani. E narra come incominciasse a prediligere questi frati quando udita la morte del Lan-