Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/424

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418 delle antiche relazioni

quale ha per uficio di vigilare attentamente che i Ravennati non facciano alcuna macchinazione contro ai Veneziani lo clic non fu giammai nei patti».

È chiaro che il Salimbene alludeva ad un patto anteriore a quello del 1251 dove nel capitolo XXIV fu sancito quest’ultimo diritto della Republica. Ora io credo che del vicedomino non fosse avvenuto diversamente che del castello. I Veneziani prima lo edificarono e poi vollero riconosciuta la facoltà di lasciarlo per cinquantanni, e così inviarono forse il vicedomino a Ravenna, e dopo qualche tempo pattuirono il diritto di mantenervelo.

[Parole del Podestà di Ravenna che a suo credere viveva nell’abbondanza.] «Ho chiesto poi (dice il Salimbene) al Conte Ruggero di Bagnacavallo se egli avea fatto fare quel castello. E mi rispose: o frate, certamente io non lo ho fatto altrimenti che permettendo che si facesse, perchè quando fu edificato io avevo tanto d’autorità in Ravenna da impedire che fosse fatto. Ma l’ho permesso per tre ragioni: la prima perchè mia moglie era veneziana; la seconda a cagione de’ nemici ch’io avevo fuori di Ravenna, ciò è per resistere ai Guelfi fuorusciti procacciandomi l’amicizia e l’aiuto della Repubblica; la terza perchè io ne avevo un vantaggio dandomi i Veneziani cinquecento lire ravennati all’anno. Ed infine noi non abbiamo alcun danno, poichè tanta è la copia dei viveri in Ravenna che sarebbe pazzo chi ne cercasse di più, che per per un danaro piccolo si ha una gran scodella di sale piena e colma e così per lo stesso prezzo si danno alle taverne di Ravenna dodici uova cotte e monde: quando poi viene la stagione, io posso avere, se voglio, un’anatra selvatica grossissima per 4 danari1».

V. Ma ad ogni modo questa abbondanza non doveva durare lungamente, chè impazienti di dominare da soli sul Po, i Veneziani non mantennero i patti.

  1. Pag. 251-254: et aliquando vidi quod si quis vellet deplumare decem anates habebat medietatem.